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Perugia, 15 novembre 2019  

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C’è un cookie in tutti noi

Mamma posso spiegarti, lavoro nel webE’ vero che senza Web non si vive? Ormai la risposta è sì. Non c’è una sola attività umana che non sia finita su qualche piattaforma: “Secondo i dati di uno degli ultimi report della società belga Email-Brokers, che ha analizzato tutti i paesi della comunità europea sulla mortalità delle imprese, l’83% delle aziende italiane fallite nel 2013 non era sul Web. Questo non significa che il non esserci state sia stato il motivo del fallimento, ma che non avere avuto una predisposizione al cambiamento e all’evoluzione le ha rese deboli nei confronti della concorrenza, specie quella estera che ha compreso meglio di quella del Belpaese quanto sia essenziale una nuova e rapida capacità di reazione alle evoluzioni sociali, economiche e tecnologiche.” Così Riccardo Scandellari, esperto di personal branding e reputazione online, nella prefazione a “Mamma posso spiegarti, lavoro nel Web” di Riccardo Mares, una delle ultime pubblicazioni della collana Webbook di Dario Flaccovio Editore. Non è la prima volta che citiamo questa stimolante collana che ha il merito di stampare opere divulgative sulla rete scritte spesso da giovani nativi digitali che nella rete lavorano a tempo pieno. Mares è, infatti, un giovane programmatore, web designer, SEO e web marketer che accompagna il lettore nell’universo (che lui chiama “intergalattico”) del Web, con consigli anche su quali percorsi di formazione frequentare. Il titolo fissa anche l’idea del salto generazionale: spiegare alla mamma (alle mamme analogiche) che lavorare nel Web non è lo stigma di una stravaganza, o una perdita di tempo, ma una professione vera e propria. Da “Mamma posso spiegarti, lavoro nel Web” pubblichiamo il brano dedicato ai dati e alla loro analisi. Attenzione: ogni volta che ci affacciamo sulla pagina di un sito, lasciamo una traccia della nostra identità.

di Riccardo Mares

google analyticsDiciamo subito che chi pratica la web analytics si suddivide in due famiglie: chi sa leggere i dati (o sa dove andare a leggerli) e chi li sa interpretare.
Diciamo che la prima famiglia è abbastanza nozionistica, ovvero, una volta che si ha cognizione di che dati lo strumento di analisi mette a disposizione e come si fa a raggiungere quei report il lavoro è fatto. Chi li sa interpretare invece è colui che dà valore aggiunto. È un po’ come la differenza tra dato e informazione: l’informazione è basata sui dati ma il dato preso in forma solitaria non fornisce alcuna informazione. Se per esempio ti dico che un sito fa 1000 pagine viste al giorno ti sto dando un dato. Quel dato – se non contestualizzato – non ha alcun valore: può essere un dato piccolissimo (immagina se da domani mattina il sito de La Stampa di Torino facesse 1000 pagine viste al giorno) o un dato enorme (il foodblog amatoriale del ragazzino iscritto all’istituto alberghiero che fino a ieri viveva di 10 visite al giorno).
Un altro esempio facile: un hotel al mare probabilmente vedrà il traffico crollare dopo ottobre. È chiaro che quel dato è normale, visto che è un hotel al mare. Si tratta di un’interpretazione “automatica” basata sul preconcetto che al mare ci si va d’estate.
Parto quindi con l’abc più spicciolo, ovvero le definizioni base delle parole che è necessario usare per parlare di web analytics: so che è un passaggio un po’ noioso, però è necessario. Per le definizioni userò come standard il linguaggio di Google Analytics (GA), ovvero il prodotto più diffuso tra i siti web di tutto il mondo (assolutamente il top tra i gratuiti e meglio di molti prodotti a pagamento), anche se ogni tanto Google si diverte a cambiargli il nome.

Visualizzazioni di pagina
Numero totale di pagine visualizzate. Comprende le visualizzazioni ripetute della stessa pagina. Se invece si vogliono vedere le visualizzazioni di pagina, escludendo quando la pagina è già stata vista durate una sessione di navigazione, bisogna guardare il dato “Visualizzazioni di pagine uniche”.

Sessioni (o visite)
Numero totale di visite da parte di un utente: se un utente non compie attività all’interno del sito, per un tempo superiore a quello impostato nel tempo di sessione (solitamente 30 minuti), all’accesso successivo diventa una nuova sessione. Il tracciamento della sessione avviene tramite cookie, la cui scadenza – corrispondente al tempo di sessione – viene posticipata ad ogni nuova visualizzazione di pagina all’interno di una sessione corrente.

UtentI
Il sistema solitamente cerca di individuare i singoli navigatori, a prescindere dalla scadenza del tempo di sessione: quelli sono gli utenti. Anche questo viene tracciato con cookie, la cui durata – o meglio scadenza – in GA è di due anni da quando è stato scritto o aggiornato.

Frequenza di rimbalzo
La frequenza di rimbalzo è la percentuale di visite che non vanno oltre la pagina iniziale prima di uscire da un sito. Se 30 visite che accedono alla pagina “A” non continuano la navigazione, quella pagina avrà una frequenza di rimbalzo del 30%. Questo dato è importante su siti con navigazione, nel caso di siti monopagina perde significato.

Durata di una sessione
Strettamente legata alla frequenza di rimbalzo, la durata di una sessione viene conteggiata dall’inizio di una sessione, fino a che l’utente non esce dal sito (tramite un link che porta fuori dal sito). Attenzione: il calcolo avviene tra una registrazione di pagina vista e l’altra, all’interno di una sessione di navigazione: l’ultima pagina – che per sua definizione non ha una successiva page view – avrà un tempo nullo, cioè non calcolabile.

Tempo sulla pagina
La durata media della visita è la durata totale di tutte le visite/ il numero di visite. La durata di una sola visita viene calcolata in modo diverso a seconda che vi siano eventi di coinvolgimento nell’ultima pagina di visita.

Sorgente di traffico
È la fonte da cui è nata una nuova sessione. Si divide principalmente in:

– diretta: l’utente ha scritto l’indirizzo completo del sito o della pagina sul browser. Vengono conteggiate come dirette anche le visite che arrivano tramite link da strumenti che non segnalano informazioni in merito alla provenienza, ad esempio il programma Outlook con i link dentro una e-mail;
– referral: la sessione ha avuto inizio grazie a un link su un sito esterno. Per questo tipo di visite è possibile conoscere e analizzare le sorgenti di quel traffico;
– organica: dai motori di ricerca. Google Analytics – per i motori conosciuti – inserisce in questi report i dati di provenienza. Per questo tipo di visite è (era per Google) possibile conoscere la query di ricerca. Per i motori sconosciuti ( o che non si “presentano” come motori di ricerca) i dati vengono inseriti nel report referral. Google Images – ad esempio – viene ancora tracciato come referral;
– social: dai social network. Per i social sconosciuti (o che non si “presentano” come motori di ricerca) i dati vengono inseriti nel report referral;
– pagamento: da circuiti di traffico a pagamento se configurati correttamente, compreso AdWords. Per i circuiti sconosciuti (o che non si “presentano” come motori di ricerca) i dati vengono inseriti nel report referral.

(Not Provided)

Da aprile 2014 – in modo assoluto – Google ha deciso di non passare più al sito che riceve visite referral l’informazione in merito alla query ricercata, in quanto lesiva per la privacy. Per questo nei report di Google Analytics relativi al traffico da Google la percentuale maggiore di accessi è data da (not provided), ovvero “non te la do”.

Pagina di destinazione

È la pagina da cui inizia una nuova sessione di navigazione. Ogni pagina di destinazione avrà una sorgente di traffico.

Conversione

In Google Analytics è possibile definire cosa è una conversione, ovvero un obiettivo di conversione. Ci sono vari modi per farlo, ad esempio, una conversione può essere la visita di una pagina dopo aver visitato una serie di pagine in altro ordine. Nel caso di una e-commerce la conversione primaria è l’acquisto. Nel caso di una pagina di raccolta profili (lead) la conversione è l’avvenuta compilazione di un modulo. Nel caso di un blog le conversioni potrebbero essere il numero medio di pagine per visita o il click sulle pubblicità (nel caso del circuito Adsense si integra direttamente con Google Analytics riportandone i ricavi).

Il pubblico: so chi sei!

Una delle macro aree di report in cui è diviso Google Analytics è quella relativa ai visitatori e al loro comportamento. Alcune delle informazioni mostrate – non li ho chiamati dati appositamente – sono costituite da dati già elaborati da Google Analytics, il quale le ha interpretate tramite particolari schemi. Ad esempio analizzando il browser o l’IP del navigatore è in grado di suggerire da dove l’utente arriva e che lingua utilizza come predefinita.
Da dati derivanti principalmente dai suoi canali di pubblicità (e cookie vari), Google Analytics riesce a proporre informazioni demografiche: età, sesso, interessi. Quindi GA è in grado di suddividere gli utenti in base alla tecnologia e al sistema operativo usati per navigare. Ci sono poi i dati comportamentali che mostrano il numero di pagine viste per utente, la durata delle sessioni, e molte altre informazioni incrociando pagine – sessioni – utenti.

Acquisizione: da dove arrivano?

In questa famiglia di report sono indicati i dati dell’origine del traffico del sito. Ho già chiarito il tipo di traffico definendo le sorgenti di traffico. È una delle sezioni più importanti, soprattutto per capire il ritorno degli investimenti fatti su un sito: SEO, pubblicità, SMM, ecc.
Dopo il (not provided) l’analisi del traffico organico, su cui si riversa l’influenza delle azioni SEO, viene fatta tramite l’analisi delle pagine di destinazione: solitamente la homepage è quella che raccoglie il traffico del nome dell’attività (brand) o della chiave primaria per cui è stata ottimizzata quella pagina.

Comportamento: che combini nel mio sito?

In questa macro sezione – specifica per l’analisi delle visualizzazioni di pagina – si può vedere il traffico di ogni singola pagina o evento tracciato nel sito. Non solo, si possono verificare le performance del sito, le pagine di destinazione e di uscita (ovvero le pagine finali di una sessione), le ricerche interne e i flussi di navigazione da una pagina all’altra.

Conversioni: i traguardi

Ultima famiglia, ma forse quella di primaria importanza, quella delle conversioni. Qui pulsa il cuore dell’analytics e qui è dove lo specialista perde le sue giornate per capire cosa davvero rende nel sito e cosa invece è ancora da ottimizzare. È fondamentale – affinché questa sezione dia risposte concrete – che la configurazione e il tracciamento degli obiettivi siano perfetti (o quasi).
Per ogni conversione è possibile associare il ricavo, il costo e il percorso che l’utente ha fatto per convertire, dalla sorgente (che può essere anche esterna) fino all’arrivo al traguardo.

Postilla

Il mio timore dopo aver scritto questo paragrafo è di averti creato un po’ di confusione. Il mio obiettivo era quello di darti una panoramica completa di uno dei prodotti migliori presenti sul mercato e la capacità (curiosità) di conoscerne potenzialità e configurazioni necessarie.
Il mio consiglio è quello di riprendere in mano questo paragrafo con un Google Analytics davanti, magari già pieno di dati e configurato, ben configurato.
Ricordati – come premesso – che tutto è relativo e ogni dato deve essere interpretato dall’analista: siti diversi, target d’audience diversi, obiettivi diversi possono – con i medesimi dati – dare significati completamente diversi.

“Ciò che noi misuriamo influenza le nostre azioni. Se usiamo gli indicatori sbagliati, ci sforzeremo di raggiungere obiettivi altrettanto sbagliati.” (Joseph E. Stiglitz)

QUESTO SPAZIO E’ APERTO ANCHE AL CONTRIBUTO DI GIORNALISTI, ESPERTI, STUDIOSI E OPERATORI DELL’INFORMAZIONE E DELLE COMUNICAZIONI DI MASSA. SE VUOI PUBBLICARE UN ARTICOLO, INVIA IL TESTO A:

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Il tuo sito in dodici mosse (da evitare)

Inbound Marketing

Quando si parla di marketing, i giornalisti si insospettiscono. Non hanno torto. Il legittimo fine di chi opera nel marketing è di convertire l’utente in cliente. L’informazione, naturalmente, è un’altra cosa. Lo sforzo fondamentale di ogni giornalista è di raccontare la realtà e il risultato finale del giornalismo dovrebbe essere quello di rendere il più possibile consapevole il “cittadino” della complessità del mondo che lo circonda. Il web, tuttavia, ha infranto molti muri e oggi i confini tra la funzione del giornalismo e il “mare magnum” della comunicazione si sono fatti labilissimi. Chi si occupa di marketing, soprattutto in rete, sa che la pubblicità non è più sufficiente e che ogni prodotto o ogni servizio messo in vendita non deve essere solo ben esposto nelle vetrine virtuali ma deve anche essere sostenuto e avvolto da contenuti. Anche nel marketing, come nel giornalismo, i contenuti sono diventati sempre più essenziali. I sospetti, perciò, non bastano più. Anzi, appare più che mai utile l’antico precetto di Luigi Einaudi: “Conoscere per deliberare”. Infatti, in questa gigantesca e ribollente officina della comunicazione, è ormai impensabile immaginare che il giornalismo si volti dall’altra parte, supponente e infastidito, e che non capisca quali sono i meccanismi del marketing. Non certo per essergli alleato, né tantomeno per farsene complice, ma per conoscerlo a fondo e per comprendere i suoi nuovi linguaggi e la sua funzione comunicativa oltre che quella mercantile. Il libro che presentiamo, “Inbound Marketing”, si occupa delle “nuove regole dell’era digitale” delle strategie di vendita, a cominciare proprio dall’inbound, dalla capacità cioè – attraverso i siti online – di farsi trovare in rete dai potenziali clienti. Scritto da Jacopo Matteuzzi, un giovane esperto del settore, “Inbound Marketing” è pubblicato dall’editore Dario Flaccovio (www.darioflaccovio.it) nella interessantissima collana Webbook ricca di titoli interamente dedicati al web e scritti da giovani autori “nativi digitali” (segnaliamo anche il volume fresco di stampa “Come vendere con il blog aziendale” di Alessio Beltrami). Il brano che qui riproduciamo aiuta a comprendere come nasce un sito aziendale, di quali strumenti essenziali esso deve dotarsi e quali sono i principali errori da evitare, se si vuole stare in rete in modo seducente e produttivo.

di Jacopo Matteuzzi

Jacopo Matteuzzi“Perché non va bene il sito che ho già?”, ti starai domandando. Ovviamente non posso saperlo con certezza, ma quello che so è che se hai fatto come il 90% delle aziende, il tuo sito assomiglia a una “brochure online”. Mi piace usare questo termine perché descrive perfettamente come non dovrebbe essere un sito. Prendiamo la definizione di brochure: è un opuscolo di poche pagine realizzato con lo scopo di promuovere attività commerciali, prodotti, eventi o altro. Ma l’obbiettivo dell’inbound marketing non è quello di “spingere” i tuoi prodotti, ma di attirare utenti, offrendo loro prima di tutto contenuti di valore. Se pensi che una brochure offra un qualche tipo di valore, chiediti se saresti disposto a pagare per acquistarne una. Se il tuo sito – come quello di tante aziende – è composto da una home page, una pagina “chi siamo”, una pagina “prodotti” (o “servizi”), una pagina “contatti” e poco o niente altro; oppure, se hai anche una sezione “notizie”, ma la usi solo per pubblicare la prossima fiera alla quale parteciperai, allora è esattamente quello di cui sto parlando: nient’altro che la versione digitale di una brochure. Chiamerò dunque d’ora in avanti questo tipo di spazi digitale col nome di siti-brochure. Il web è ancora oggi stracolmo di siti-brochure, e uno degli aspetti peggiori è che sono tutti maledettamente identici. Le aziende sono tutte “leader” o “giovani e dinamiche”. I siti-brochure sono caratterizzati in primo luogo dalla scarsità (per non dire totale assenza) di contenuti interessanti che possano in qualche modo essere utili agli utenti. Di solito hanno poche pagine scritte unicamente a scopo promozionale. Oppure hanno molte pagine perché hanno un catalogo con tanti prodotti. Anche in quest’ultimo caso si tratta di siti-brochure (se preferisci, siti-catalogo). Il punto non è solamente la quantità di contenuti, ma la tipologia: siti come quelli che ho descritto non offrono altro che materiale promozionale o informazioni sui prodotti. Se hai un sito del genere, pensa ai primi due obbiettivi dell’inbound marketing: attirare gli utenti e convertirli in contatti. Dovrai perciò cominciare col porti essenzialmente queste due domande: come fa un utente che non ti conosce ad approdare sul tuo sito, e perché un utente che ha visitato il tuo sito dovrebbe scegliere di acquistare da te piuttosto che dalla concorrenza. In sostanza, il tuo sito deve essere concepito per due soli scopi: farsi trovare e convertire. Un sito-brochure non risponde a nessuna di queste due necessità. C’è un altro punto da tenere in considerazione, legato al farsi trovare: un sito-brochure di norma non può posizionarsi bene sui motori di ricerca. Considera che ogni pagina del tuo sito è una potenziale pagina di atterraggio per gli utenti che cercano sui motori. Se hai poche pagine, hai meno possibilità di posizionarti con diverse frasi chiave del tuo settore. Il tuo scopo deve quindi essere quello di trasformare il tuo sito-brochure in un sito-hub. “Hub” è un termine inglese che sta a indicare un centro di attività, un fulcro o snodo importante. Se viaggi spesso in aereo, probabilmente hai già incontrato questa parola. Sono infatti chiamati hub quegli aeroporti di particolare importanza strategica utilizzati dalle compagine aeree come scalo principale per i loro collegamenti. Possiamo benissimo utilizzare questo definizione come metafora di ciò che dovrà diventare il tuo sito: un luogo di riferimento importante per persone interessate al tuo settore, un centro di atterraggio. In conclusione, se hai fatto come la maggior parte delle aziende, la brutta notizia per te è che dovrai al più presto rifare il tuo sito, completamente o in parte. Quella buona, però, è che ti darò un po’ di consigli per risparmiare tempo e denaro quando lo farai. Questo capitolo si potrebbe tranquillamente intitolare “come realizzare un sito senza rovinarti con le tue mani”, perché se il tuo sito non rende, non è detto che sia sempre colpa di chi l’ha realizzato (certo, esiste anche questa possibilità). Come molti nel mio settore, ho cominciato la mia avventura nel mercato digitale realizzando siti per piccole e medie imprese, per cui conosco bene l’approccio del tipico imprenditore quanto richiede la realizzazione di un sito. La fase progettuale di questa attività dovrebbe nascere dalla collaborazione tra l’imprenditore e l’agenzia o webmaster incaricato; per cui, se il risultato non è efficace, non è sempre e solo colpa dell’uno piuttosto che dell’altro. Sebbene ci siano tante web agency che lavorano bene, esistono (come in tutti i settori) anche i cialtroni. E’ quindi fondamentale scegliere il fornitore giusto, ma è anche possibile evitare di scavarsi la fossa con le proprie mani liberandosi di questi 12 errori tipici.

1. PENSARE AL SITO COME A UNA BROCHURE

Si può dire che questo sia il peccato originale di ogni azienda che si approccia al mondo del web. Ho già spiegato prima cosa intendo per sito-brochure e non occorre ripeterlo. Tante volte mi hanno chiesto di realizzare “un sito piccolo, massimo quattro o cinque pagine”. Credo che questo errore sia in parte dovuto al fatto che i clienti si aspettano un costo maggiore col crescere del numero di pagine. Questo non è del tutto falso: un sito di mille pagine richiederà ovviamente al webmaster un lavoro più lungo rispetto a uno di quattro. Ma se per risparmiare realizzi un sito di quattro pagine, puoi anche scordarti di poter applicare una strategia di inbound marketing. Tieni a mente che, ormai da parecchi anni, i siti web professionali sono dinamici, ovvero possono essere modificati nei contenuti da te, grazie ad appositi software che si chiamano CMS (Content Management System, ovvero sistemi di gestione dei contenuti). Questi software sono nati proprio per consentire a chi non possiede competenze di programmazione, di inserire, modificare, cancellare pagine di un sito, mediante l’accesso a un’area riservata protetta da password. Il CMS più diffuso al mondo (e anche il mio preferito) si chiama WordPress (wordpress.org). Se hai già a disposizione tanti contenuti prima di realizzare il tuo sito, ti conviene farti insegnare a utilizzare la piattaforma CMS e inserirli tu direttamente sul tuo sito. Dato che la vera forza del tuo sito saranno i contenuti, dovrai comunque imparare a utilizzare questo strumento, per poter aggiungere con facilità in seguito nuove pagine e articoli.

2. PENSARE AL SITO COME A UN ABITO SU MISURA

Se dovessi chiedere di progettare l’impianto elettrico della tua casa, o un sistema di pannelli solari per la tua azienda, ti sogneresti mai di dare suggerimenti all’elettricista o all’ingegnere su come dovrà essere svolto il suo lavoro? Eppure, tutti si sentono in dovere di dare consigli a un web designer su come vogliono che sia fatto il loro sito. Ma, al pari di un elettricista e un ingegnere, anche un web designer è un professionista. Lascia a chi è del mestiere il compito di stabilire come è meglio realizzare la grafica del tuo sito: così facendo, oltre a ottenere un lavoro a regola d’arte, molto probabilmente risparmierai tempo e denaro (ed evitare anche di farti odiare dal fornitore). Ma come, tu paghi e lui decide? Proprio così. Il punto è che un sito non è il tuo nuovo abito su misura, o l’arredamento del tuo ufficio, tanto meno un quadro da mettere in salotto, è il tuo principale strumento di marketing. Pertanto, l’obbiettivo non è che sia di tuo gusto, ma che sia efficace per svolgere il suo compito, cioè farti aumentare le vendite. Se ti affidi a un fornitore esperto di marketing su Internet, lui saprà come fare le cose al meglio anche senza il tuo “aiuto”. Inoltre, anche se il sito lo paghi tu, in ogni caso non dovrebbe piacere a te, semmai dovrebbe piacere ai tuoi utenti. C’è una celebre frase nel marketing che dice “tu non sei il tuo target”: vuol dire che un errore tipico delle aziende è di pensare che il pubblico di destinazione la pensi allo stesso modo in cui la pensano loro, dimenticando che le esigenze e gli obbiettivi del proprio cliente potenziale non sono quasi mai le stesse dell’impresa. Un sito realizzato secondo il proprio gusto e non sulla base di ciò che piace agli utenti risulterà molto probabilmente inefficace. Lascia che sia un web designer esperto, che ha già visto e fatto tanti altri siti, a decidere il da farsi.

3. GUARDARE I SITI DEI CONCORRENTI

Non c’è nulla di male ad analizzare il mercato, cercando di comprendere le strategie della concorrenza; ma quello che fanno quasi tutti, prima di farsi fare un sito, è guardare i siti dei principali concorrenti diretti e chiedere che venga realizzato un sito simile (ho avuto anche clienti che mi hanno richiesto un sito identico a quello di un concorrente), magari perché hanno sentito dire che la tale azienda sta andando bene. A meno che tu non abbia la certezza che un determinato concorrente sta portando avanti una strategia efficace su Internet, evita di percorrere questa strada. I tuoi concorrenti potrebbero avere successo grazie alla loro bravura e competenza, ma essere indietro per quanto riguarda la loro strategia di marketing sul web. Imitare pedissequamente non è mai un buon modo di eccellere in un mercato, e sicuramente non ti distinguerai dalla tua concorrenza se non fai altro che copiare le loro mosse.

4. TRASCURARE GLI ASPETTI SEO

Moltissimi danno per scontato che un’agenzia specializzata in siti web sappia perfettamente come realizzare un sito ottimizzato per i motori di ricerca. Altri credono addirittura che basti realizzare un sito e buttarlo in rete per essere automaticamente trovati da nuovi clienti potenziali. La SEO, ovvero l’ottimizzazione per i motori di ricerca, è un’attività che investe diversi aspetti tecnici, riguardanti la maniera in cui viene realizzato un sito, a livello di codice sorgente e di struttura. Se questi elementi non vengono ottimizzati sin dal principio, potrebbe risultare molto difficile (e costoso) andare a sistemarli una volta che il sito è già stato realizzato. Purtroppo, non tutti quelli che sanno fare siti belli conoscono altrettanto bene ogni aspetto di questa disciplina articolata. Anzi, almeno nel nostro Paese, l’esatto opposto è la regola piuttosto che l’eccezione. Un buon posizionamento sui motori di ricerca è la base per farti trovare da utenti interessati ai tuoi prodotti, e un aspetto essenziale di tutta la strategia dell’inbound marketing. Quando scegli un’agenzia o una persona per farti fare il sito, assicurati quanto meno che abbia un’idea di che cosa sia la SEO.

5. NON SAPERE CON QUALE CMS VERRA’ REALIZZATO IL TUO SITO Prima di tutto: non tutti i CMS sono SEO-friendly, cioè predisposti al posizionamento sui motori di ricerca. Molte agenzie propongono un CMS proprietario, ossia sviluppato da loro, che troppo spesso crea problemi a livello SEO. Alcuni di questi software potrebbero anche risultare poco usabili da parte di chi deve inserire nuovi contenuti, scoraggiandoli a pubblicare con frequenza. Non me ne vogliamo i colleghi che propongono soluzioni di questo genere: esistono anche tanti bravi programmatori in grado di sviluppare CMS proprietari buoni, ma se devo darti un consiglio, scegli un’agenzia o webmaster che sviluppa siti utilizzando WordPress. WordPress è una piattaforma open source, che significa che non necessita di apposite licenze d’uso. Per cui, se per caso non ti trovi bene, potrai cambiare agenzia senza perdere il tuo sito, ti basterà trovarne un’altra che sappia sviluppare con questo CMS.

6. SPENDERE TROPPO POCO

Una delle piaghe che affliggono da sempre il mondo del web marketing, è che ogni piccolo imprenditore ha un amico o un cugino che “smanetta” con il computer. Non penso di dover consumare litri d’inchiostro per convincerti che se ti affidi a un dilettante (o semi-professionista) rischierai di compromettere la tua attività. Il sito è uno strumento di marketing, non un gioco, quindi deve essere fatto da professionisti. Esistono inoltre sul mercato diverse soluzioni “low-cost”, o addirittura gratuite, che consentono di creare siti preconfezionati (anche dall’aspetto gradevole) in breve tempo. Il guaio di questi servizi è che hanno molte limitazioni, ad esempio sul numero di pagine creabili, o sulle funzionalità accessorie che si possono implementare (come ad esempio moduli di iscrizione alla newsletter, pulsanti di condivisione sui social network, moduli di contatto, appositi strumenti per l’ottimizzazione). Sul lato SEO, generalmente questi siti presentano gravi lacune e rendono difficoltoso, o in certi casi addirittura impossibile, ottenere un buon posizionamento sui motori di ricerca.

7. SPENDERE TROPPO

Dal lato opposto dello spettro, ci sono quelli che pensano che per ottenere il massimo della propria strategia online occorre spendere un sacco di soldi nella realizzazione di un sito. Essi si rivolgono ad agenzie blasonate con un costo orario pari a quello di un neurochirurgo di fama mondiale. Ti ricordo che quello che conta per l’inbound marketing, in ultima analisi, è il contenuto, non quanto sia bello o ricco il “contenitore”. Un sito semplicissimo ma pieno di contenuti di qualità e molto più efficace di un sito-brochure fatto dalla più famosa (e cara) agenzia del mondo. Cosa significa esattamente spendere troppo? Proprio come per un’auto, non esiste un prezzo fisso per un sito; non puoi paragonare una Panda con una Porsche. Orientativamente, però, posso dirti che un sito web aziendale, con pagine istituzionali e blog integrato (non e-commerce, quelli sono più cari), dovrebbe costare dai 1000 ai 3000 euro. Ho mantenuto appositamente una forbice di prezzo abbastanza ampia da non offendere nessun collega, mi auguro. Mi riferisco alla sola realizzazione del sito senza servizi accessori (copywriting, foto e video professionali, ottimizzazione per i motori di ricerca). Se ti chiedono di più, non è detto però che ti stiano derubando. I motivi potrebbero essere che hai scelto un’agenzia o un web designer famoso che ha un costo orario molto alto. In questo caso, a meno che tu non abbia un budget stratosferico, ti suggerisco di cambiare agenzia in favore di una meno cara. Ricorda che il tuo obbiettivo è attirare gli utenti e farli diventare clienti, non vincere il premio “sito dell’anno”. Un altro motivo è che sta chiedendo all’agenzia un sacco di cose di cui non hai (per il momento) reale necessità, e questo fa salire il monte ore totale del progetto. Strumenti realizzati ad hoc, come un sistema complesso per calcolare un preventivo online, o una integrazione col tuo gestionale, possono richiedere molte ore di programmazione. Questi sistemi di automazione sono fantastici se hai una marea di visite al sito, ma chiediti se ne hai realmente bisogno adesso. Se hai una piccola impresa, molto probabilmente avrai qualche contatto al giorno, oppure dovrai partire da zero e cominciare ad attirare utenti sul tuo sito. Prima di spendere un sacco di soldi nel realizzare procedure automatiche, preoccupati di far funzionare la tua macchina di inbound marketing. Quando avrai un mucchio di contatti e di nuovi clienti, avrai di conseguenza un budget maggiore per implementare successivamente queste soluzioni. Infine, non dimenticare che il sito non è che l’inizio del tuo cammino nell’inbound marketing, successivamente dovrai investire in promozione. Se spendi tutto il tuo budget per realizzare un sito non ti resterà un soldo per le attività promozionali, come un eventuale servizio SEO, le campagne Google AdWords o Facebook Ads. Ti suggerisco perciò di seguire la regola dell’80/20: quando cominci una strategia online devi spendere al massimo il 20% del tuo budget (ancora meglio se il 10%) nella realizzazione del sito, il restante 80% nella promozione.

8. DARE IMPORTANZA ECCESSIVA ALLA GRAFICA

Ricollegandomi al punto precedente, ti dico che una delle cause di spreco di denaro e di tempi di realizzazione potrebbe essere la fissazione eccessiva per gli aspetti legati alla grafica. Non lo ripeterò mai abbastanza: il sito è uno strumento di marketing, non un quadro da appendere in salotto o una casa da arredare, e vincere il premio per il sito più bello dell’anno non ti aiuterà a vendere di più. L’altra ragione per non essere maniacale con la grafica è che il mondo del web ha una obsolescenza altissima. L’arredamento del tuo ufficio potrebbe sembrare vecchio tra dieci anni, la tua nuova camicia fashion tra un paio di stagioni, ma il tuo sito potrebbe essere “antico” già tra nove mesi. Sul web tutto corre veloce, e un anno-Internet equivale pressappoco a 10 anni nel mondo reale. Hai appena rifatto il tuo sito§? Probabilmente sarai felice per i prossimi sei mesi, se sei fortunato un anno… ma dopo? Lo guarderai e ti apparirà quasi obsoleto, magari il tuo concorrente ha fatto un restyling da poco e ti sembrerà che il suo sia molto più moderno. Per evitare di cadere in questo circolo vizioso, ti consiglio di scegliere una bella grafica, ma non esagerare con l’essere perfezionista. Prova anche a non ricercare a tutti i costi l’abbondanza. Spesso il segreto di un sito di successo sta proprio in una grafica minimalista. Ricordo che una volta un cliente, quando gli mostrai la home page del sito che gli avevo appena realizzato, disse amareggiato: “Ma ho speso tutti questi soldi per una pagina bianca?”. L’obbiettivo non è stupire gli utenti con mirabolanti effetti speciali. Ti ricordo ancora una volta che la maggior parte degli utenti sarà interessata ai contenuti del tuo sito, al valore che gli puoi offrire. Non mi credi? Dai un’occhiata alla home page di Google, il sito più visitato al mondo.

9. TRASCURARE I CONTENUTI

Mi è capitato spesso il caso del cliente che non vuole saperne di investire qualche ora per raccogliere, riscrivere, recuperare tutto il materiale relativo alla sua azienda, ma è impaziente di vedere il suo nuovo sito online. Chiamano e mandano mail tutti i giorni: “Allora, quando ci fai vedere qualcosa?”. Il punto qui è che un sito non è altro che un contenitore di testo e immagini, impaginato in una certa maniera, con determinati colori e un logo. Quello che molti non capiscono è che non è possibile delegare completamente il lavoro all’agenzia o al webmaster. Realizzare un sito è sempre un’azione collaborativa tra il webmaster e il committente, dove il committente raccoglie tutto il materiale dell’azienda, lo consegna al webmaster il quale gli dà una veste grafica e lo organizza in una certa maniera. Immagina che il tuo sito sia un libro, tu sei l’autore, il webmaster è l’editore, il copywriter è l’editor (la persona che si occupa di verificare e correggere i testi). Il webmaster può decidere la copertina (home page), il tipo e la dimensione del carattere da utilizzare, la spaziatura, ecc. Ma i testi li scrivi tu. Sei tu l’unico che conosce ogni aspetto dell’azienda e dei prodotti. Se non prendi qualche giorno di tempo per raccogliere, rielaborare, riscrivere i tuoi contenuti, il sito non sarà mai niente di più che una brochure online. Se vendi un prodotto “visivo” – come arredi, abbigliamento, food – assicurati di avere foto professionali. Ti assicuro, la bellezza di un sito dipende per l’80% dalle foto e per il restante da tutto il resto, perciò se hai un prodotto visivo, ti consiglio di spendere un po’ di meno per realizzare il sito e ingaggiare un fotografo professionista. Se questo supera il tuo budget, esistono diversi database fotografici online che vendono foto in stock a prezzi molto bassi (meno di un euro a foto). Tra i più noti troviamo Fotolia e Shutterstock. Le foto in vendita su questi siti sono professionali, anche se utilizzandole rischi un effetto di spersonalizzazione del sito; sempre meglio che avere foto amatoriali che terrorizzano gli utenti.

10. AVERE CONTENUTI DISORGANIZZATI

Un problema ricorrente è quello della scarsa usabilità di un sito, data da una cattiva organizzazione dei contenuti. Questo errore non solo renderà difficoltosa la navigazione degli utenti, ma può causare problemi anche per il tuo posizionamento sui motori di ricerca. Una buona struttura del sito è ad albero (o a piramide). Idealmente, ogni pagina del tuo sito dovrà essere raggiungibile a partire dalla home page in un massimo di tre link. L’architettura è un’altra cosa che non andrebbe lasciata completamente nelle mani del webmaster. Solo tu puoi sapere come organizzare al meglio i tuoi contenuti e a quali vuoi dare più risalto.

11. FARE UN SITO NON ORIENTATO ALLA CONVERSIONE Essere trovati è la base della metodologia inbound, ma è solo la prima fase e non è sufficiente. Approdato sul sito, l’utente deciderà se richiederti un’offerta o meno. Ogni strategia di marketing online ha come obbiettivo la conversione. In estrema sintesi è possibile definire la conversione come la trasformazione di un visitatore in contatto (potenziale cliente). Il luogo dove avvengono le conversioni è il nostro sito: se esso non è orientato a convertire, rischiamo di sprecare tutto il lavoro fatto e il denaro speso per portare la gente a visitarlo.

12. NON AVERE UN SITO OTTIMIZZATO PER IL MOBILE

Grazie all’enorme diffusione di smartphone e tablet, sempre più utenti vedranno il tuo sito con un dispositivo mobile. Viaggio spesso in treno: puoi immaginare la mia frustrazione quando non riesco ad acquistare un biglietto perché il sito di una nota azienda di trasporti ferroviari (non quella nuova, l’altra) non è navigabile dal mio smartphone. Per non perdere clienti, prendi in seria considerazione l’ipotesi di far realizzare una versione mobile del tuo sito, o un sito che si adatta graficamente al dispositivo con cui viene visualizzato (sito “responsive”).

Metti un po’ di coach nel manager

E’ un’arte difficile la guida degli uomini e delle donne in un’impresa. Si mescolano attitudini al comando e capacità di empatia. Il più grande dei condottieri, Alessandro Magno, comandava con l’esempio. Era sempre alla testa dei suoi militi e il primo nello scontro frontale con il nemico. Alessandro era capace di indulgenze, ma non sopportava di essere contraddetto, nemmeno dai suoi generali, soprattutto se non avevano chiara, come l’aveva lui, l’idea della battaglia. Per un accesso d’ira uccise con una lancia uno dei suoi amici più cari, Clito.

Luca Varvelli

Luca Varvelli

Ai manager, per fortuna, non è richiesto di conquistare tutto il mondo conosciuto, né è permesso l’uso delle lance. Un manager deve avere il senso delle proporzioni. In un vecchio manuale scritto dal prelato francese Gastone Courtois, “L’arte di essere capo”, si suggerisce di non rendere grottesca la propria autorità: “La maggior disgrazia per un capo è la posa di parlare e di comportarsi da capo”. Per misurare le doti di un manager, dice il sociologo Francesco Alberoni, basta soppesare le qualità dei suoi collaboratori: più sono mediocri, più il manager è mediocre. I manuali che indicano la via maestra ai manager che vogliono migliorare se stessi, contengono anche ricette spietate, spesso ammantate di virtù. In una guida per la “organizzazione perfetta” scritta da un dirigente d’azienda che trae ispirazione dalla regola benedettina, si consiglia al manager la “regola del silenzio” applicata alla gestione delle risorse umane. Se un dipendente ti scrive, ti interpella, chiede spiegazioni e ti inonda di e-mail, non gli rispondere! Il manager non solo deve pesare le parole ma deve “creare” il silenzio intorno a sé, questo il consiglio. Più che regola del silenzio si tratta di un’arma: l’arma dell’oblio. E’ una ricetta che, naturalmente, non ci piace, a meno che il dipendente non sia un inguaribile disturbatore che reclama diritti senza avere alcun senso del dovere.

Laura Arman Varvelli

Laura Arman Varvelli

Torniamo allora ad Alberoni, che nel suo “L’arte del comando” fissa una regola etica che ci piace: “Il leader è, prima di tutto, il custode della meta, colui che ricorda e indica a tutti dove si deve andare, e controlla che la rotta venga tenuta. Egli deve trasmettere, a ogni livello dell’organizzazione, il senso della missione, il significato del compito e il senso del dovere. E, per farlo, deve crederci profondamente. Nessuno trasmette modelli se non li pratica personalmente. Se non dà l’esempio. E’ con la sua energia, con la sua fede, con il suo esempio, creando simpatia, fiducia, entusiasmo nei collaboratori, che li porta naturalmente a mettere a frutto tutte le loro energie e la loro intelligenza.”

Lo sforzo del manager di portare il gruppo, tutto il gruppo, a centrare l’obbiettivo, in fondo è anche “politica”. Citiamo Don Milani dalla celebre “Lettera a una professoressa”: “Insegnando imparavo tante cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”. Il bravo manager non deve macchiarsi di “avarizia” quando motiva e trascina il gruppo, deve temperare il suo efficientismo con un po’ di empatia, deve provare a coinvolgere, a includere, e deve essere anche un po’ maestro, un po’ allenatore, un po’ coach. Ma in che misura il manager deve essere anche un po’ coach? Quel po’ si può quantificare?

4 TrainingLo abbiamo chiesto al Gruppo Varvelli, il gruppo che, con base a Torino, è specializzato da decenni nella ricerca applicata al management e nella diretta formazione dei manager (preziosi i loro corsi e i loro manuali pubblicati per le edizioni de “Il Sole 24 Ore”), e che di recente ha anche messo a punto una App chiamata “4 Training”, una sorta di “integratore energetico (così la definiscono) di consigli, ricette, frasi, citazioni, video e test per costruire la propria personale strada verso il successo e il potenziamento delle proprie capacità”.

Qui di seguito Luca e Laura Varvelli, seconda generazione del gruppo Varvelli, ci danno le misure e rispondono alla nostra domanda: sì, c’è una percentuale di “valore” che il manager può “spostare” dal management al coaching senza perdita di rendimento. Anzi, con profitto.

 

 

di Luca e Laura Varvelli

C’è differenza fra “fare il coach” e “fare il manager”? La differenza già si legge nella definizione del ruolo.
Il “coach” (in italiano: l’allenatore) è colui che dedica tutto (o quasi tutto) il suo tempo alla buona tenuta sul campo degli uomini (o delle donne) che gli sono stati assegnati (o che egli ha scelto personalmente per vincere la sfida).

Li conosce uno a uno; è al corrente delle loro problematiche personali e professionali; egli sa che il suo primo obiettivo, prima ancora di vincere la sfida sul campo è quello di ottenere una buona integrazione fra caratteri diversi, fra personalità diverse, fra culture diverse.

Egli è rispettato perché, per la sua storia e per i suoi atteggiamenti, ha autorevolezza nella gestione del fattore umano (egli sa motivare) e nella conoscenza dei metodi e delle tecniche specifiche che devono essere praticate (egli sa insegnare).

Il “coach” vive costantemente a fianco dei suoi uomini (e delle sue donne); rispetta le singole specializzazioni e professionalità e non si sostituisce mai agli specialisti ed ai professionisti nel loro operare quotidiano.

Il “buon allenatore” è colui che riceve l’incarico di allenare un gruppo di individui ognuno con un suo rendimento base e che sa che nell’arco di un tempo prestabilito deve portarli ad un rendimento maggiorato.

Attraverso il miglioramento della loro prestazione e all’aumento della loro motivazione e convinzione al ruolo vincerà la sfida.

Il “manager” (dal latino: “manus agere” che tradotto in italiano corrisponde a: “maneggione”) è colui che dedica tutto (o quasi tutto) il suo tempo alla gestione economica delle risorse che gli sono state affidate e che sono, di volta in volta, con importanza diversa: le persone, il materiale, i macchinari e il denaro.

Il suo primo obiettivo è quello di raggiungere i risultati economici di budget (che talvolta gli vengono assegnati senza sentire il suo parere) integrando fra di loro le risorse disomogenee a sua disposizione. Per quanto riguarda le persone talvolta deve prescindere dall’uniformare e omogeneizzare le differenze interculturali esistenti.

Egli è rispettato perché ha autorità formale e istituzionale. Egli comanda e ottiene (se è un buon capo) ubbidienza anche se le persone che dipendono da lui (e che quasi sempre non ha scelto) non sono convinte e motivate per quello che devono fare.

Il manager non può vivere costantemente a fianco dei suoi collaboratori perché frequentemente è impegnato in riunioni e in incontri con la direzione. Per questa ragione viene a conoscere poco dei problemi personali e famigliari dei suoi collaboratori.

Egli conosce invece bene le problematiche professionali poiché egli stesso ha contribuito a definire le caratteristiche di ruolo di ogni posizione organizzativa a lui afferente. Non rispetta talvolta tali caratteristiche modificando occasionalmente in base alle urgenze le mansioni dei collaboratori sostituendosi nei momenti più critici a essi.

Egli è cosciente che l’ottimizzazione economica del sistema a lui afferente non deriva dalla ottimizzazione dei singoli contributi ma da una costante mediazione fra esigenze disparate, danneggiando talvolta il contributo dei suoi specialisti e dei suoi professionisti e vantaggio dell’obiettivo da raggiungere.

Dovendo garantire il rispetto delle urgenze del lavoro quotidiano in chiave economica egli si sostituisce ai suoi dipendenti in maniera non sempre esauriente ed efficace. Per questa ragione il “manager” diventa un impiegato in più (e non sempre il migliore).
Se il “coach” dedica almeno l’80% del suo tempo alla cura dei suoi uomini (e delle sue donne), il “manager” non ne dedica normalmente più del 20%.

Chiedere a un “manager” di diventare “coach” è pertanto impensabile; come è impensabile chiedere ad un “coach” di gestire le persone a lui assegnate con finalità prettamente economiche.

Ma è possibile chiedere al “manager” che dedica un quinto del suo tempo alla gestione della sua risorsa umana, di passare dal 20% al 30%. Quel 10% di maggiore impegno gli verrà ripagato ampiamente in termini economici e temporali da una maggiore resa nell’uso del materiale, dei macchinari e del denaro da parte dei suoi collaboratori.
Essere un po’ meno “manager” e un po’ più “coach” è possibile (ed è anche conveniente).

Sorridi, sei su Google Plus

GoogleIn Italia è un’estate calda per Google. Il Garante della Privacy ha dato 18 mesi di tempo al gigante di Mountain View per rendere chiare e inequivocabili tutte le informative agli utenti. Chi accede ai vari servizi di Google deve sapere se il proprio profilo viene sfruttato a fini commerciali. In questo caso, l’utente deve dare un esplicito consenso e non finire a sua insaputa nella grande marmellata virtuale, in quel miscuglio in cui con un clic si diventa un “dato” buono per una molteplicità di piattaforme e per gli usi più disparati. Diventano più stringenti anche gli obblighi per la cancellazione degli account o dei dati personali, se un utente vuole recedere. Google si è detta pronta a collaborare e, in genere, una compagnia di quelle dimensioni mantiene la parola.
Perché la notizia dell’intervento del Garante italiano è una buona notizia? Google non è soltanto il più cliccato e “amichevole” motore di ricerca al mondo. Non ci offre, soltanto, traduzioni in tempo reale. E’ un colossale sistema informatico, fondato nel 1998 da Larry Page e Sergey Brin in California, che incamera e genera dati e servizi di ogni tipo, un colosso tanto affidabile quanto, in più occasioni, discusso, soprattutto quando lo si è accusato di essere troppo tenero con i servizi segreti e con i governi che praticano la censura. Dentro Google ci sono news, blog, mappe, posta elettronica, analisi statistiche, pagamenti online, video, foto, libri, shopping e backup di archiviazione. Dal 2011 Google è anche, con Google Plus, uno dei social più innovativi e diffusi (per ora, è secondo solo a Facebook), impegnato peraltro in una continua espansione e, come ogni piattaforma, oggetto di amore e di odio in quella sorta di continua disfida tra “guelfi e ghibellini” tipica dei frequentatori della rete (che hanno le loro passioni, i loro tic, le loro diffidenze).

Da quando Google Plus è nato, oltre alla manualistica ufficiale prodotta dalla casa madre californiana, si scrivono e stampano manuali e si offrono veri e propri corsi di formazione, rivolti non solo a chi voglia scoprire le potenzialità di un social diverso da quelli tradizionali, come Facebook, ma anche a chi intenda usare la piattaforma per creare business aziendale: le “cerchie”, infatti, possono diventare appetibili target commerciali. Google Plus è quindi anche un formidabile strumento per chi opera nel web marketing. I suoi algoritmi sono infatti in grado di associare dati personali e di creare relazioni più che virtuali, istillando affinità e preferenze o suggerendo scelte di consumo. E il rischio che un malcapitato utente finisca stritolato è alto. Da qui l’intervento del Garante. Ma la tutela dell’utente passa anche dai buoni manuali e dai buoni formatori. Un buon manuale indipendente o un buon formatore indipendente deve saper mettere in luce le differenze e fornire strumenti critici agli utenti per distinguere. Deve, cioè, far capire che la rete, nonostante gli strumenti democratici di cui dispone (la vigilanza “dal basso” e “dall’alto”), è un perpetuo luogo a rischio di ambiguità, poiché la comunicazione e la socializzazione sono o possono essere contaminati da manipolazioni e da interessi (e non parliamo di quelli legittimi, se trasparenti, degli inserzionisti pubblicitari).

Scopri Google PlusIl libro che presentiamo, “Scopri Google Plus e conquista il Web” di Salvatore Russo (collana WebBook di Dario Flaccovio Editore, www.darioflaccovio.it), è una dichiarazione d’amore verso le potenzialità di Google Plus, insegna tutto quel che c’è da sapere per destreggiarsi nella piattaforma, ma è pure intelligentemente attraversato da opinioni e contributi che mettono i giusti accenti critici là dove vanno messi. Ma che cos’è in due parole Google Plus? Non è un social network, dicono gli appassionati. Sarebbe come dire che è un altro Facebook. E’ piuttosto un Social Layer, come la stessa public company californiana ama definirlo: cioè uno “strato” di servizi “popolari”, una sorta di gigantesco emporio di servizi e contenuti dentro il quale si incentiva la socializzazione. E’, insomma, una Social Spine, come dice Salvatore Russo, qualcosa di più di un “plug”, una “spina” che attiva l’intero sistema Google; o meglio, una sorta di “spina dorsale” di quel sistema. “Google Plus – scrive Russo – permette di eseguire tutte le attività classiche di un social network (condivisione post, foto, video, link e interazioni con gli utenti) con il valore aggiunto di una sempre più forte integrazione con tutti i servizi Google. E’ la Social Spine che attiva e rafforza l’intero sistema Google, in quanto fortemente connesso con tutti gli altri prodotti della società di Mountain View: motore di ricerca, Maps, Drive, YouTube, Gmail, Chrome, Android, eccetera”.

Salvatore RussoDal manuale di Russo, che è un giovane esperto di web marketing e un consulente aziendale, pubblichiamo il “glossario” di base, utile per chiunque decida di entrare nel mondo di Google+.

di Salvatore Russo

+ 1

E’ il modo più immediato per far sapere che hai apprezzato un contenuto. I tuoi +1 e quelli che riceverai sono importantissimi, perché influenzano i risultati delle ricerche Google. Non devi però esserne ossessionato, altrimenti diventi cieco. Decidi tu in che modo pronunciarlo:

  • Più Uno (classico intramontabile)
  • Plas Uan (american style)
  • Plas Uno (esterofilo pentito)
  • Più One (Bim Bum Bam)

Authorship

Google Authorship consente di collegare i tuoi post al tuo profilo Google+, in modo tale da far identificare a Google che tu sei il reale autore di quel contenuto. Perché dovresti farlo? Quando in una ricerca viene visualizzata una pagina contrassegnata tramite l’Authorship, Google potrebbe assegnare ad essa il nome e la fotografia dell’autore (la stessa caricata su Google+).

Author Rank

E’ un indice come il Page Rank, ma invece di assegnare un valore alla pagina web lo assegna al suo autore. Quindi la credibilità e la reputazione dell’autore diventano decisivi ed assume un valore fondamentale l’utilizzo dell’Authorship, che serve appunto per far capire a Google chi è l’autore di un determinato contenuto.

Bounce Rate (tasso di rimbalzo)

Bounce Rate è un termine utilizzato nell’analisi del traffico di un sito web. Un bounce (in inglese rimbalzo) avviene quando l’utente abbandona il sito dopo aver preso visione di una sola pagina web entro pochi secondi. Come cambiano i tempi! Quando ero ragazzo il “Bounce Rate” rappresentava il tasso di rimbalzo del buttafuori all’ingresso della discoteca…

Cerchie

Pensa alle cerchie di Google+ come a delle categorie. Sostanzialmente con le cerchie è possibile classificare i tuoi contatti in base ai tuoi interessi.

Citroll

Assonanza con Citrullo (variante, di origine napoletana, di cetriolo). Persona sciocca, che agisce con poco cervello. A differenza del Troll non compie le sue gesta seguendo maliziosamente un piano premeditato, ma semplicemente usa i social network senza averne capito lo spirito e sputa odio come una lama digitale verso chiunque orbiti nelle sue vicinanze!

CPL (Cost Per Lead)

“Costo per contatto” viene utilizzato per riferirsi alla spesa che fa un inserzionista per ogni contatto generato dalla pubblicità che ha messo online. Praticamente ad ogni utente che si registra su un form specifico, e che quindi lascia informazioni personali rilevanti per l’inserzionista, corrisponde una data somma di denaro.

CPM (Cost Per Mille)

E’ un indicatore comunemente usato nel settore pubblicitario al fine di calcolare il costo di una campagna pubblicitaria in base al numero di visualizzazioni. Ad esempio: ho acquistato banner pubblicitari sul sito X a 5 euro a CPM (5 euro per ogni 1000 visualizzazioni del banner). Alla fine della campagna il banner ha totalizzato 2 milioni di impression, quindi dovrò pagare diecimila euro (2.000.000:1000 = 2000; 2000 x 5 euro = 10.000 euro).

CTR (Click-Through Rate)

In italiano “Percentuale di clic”, è un tasso che misura l’efficacia di una campagna pubblicitaria online o in generale di qualsiasi tua attività online che richiede l’interazione tramite un clic, appunto, da parte dell’utente. Se ad esempio un tuo annuncio Adwords viene visualizzato nella ricerca di Google cento volte (impression) e cliccato 10 volte, il CTR risulterà del 10%. Il CTR misura sostanzialmente l’interesse che riesce a suscitare il tuo contenuto.

Embed

To embed significa incorporare, fare mio. Per ciò che riguarda Internet significa sostanzialmente inserire in un sito un contenuto proveniente da un altro sito, social network, piattaforma, etc.

Engagement

Il coinvolgimento degli utenti è uno degli obiettivi primari dei professionisti del marketing: attirare l’attenzione e coinvolgere la propria community in una sana e proficua conversazione.

#EpicFail

Ogni mattina un responsabile marketing si sveglia e sa che potrebbe essere un giorno buono per un #EpicFail. E’ l’hashtag utilizzato dagli utenti per manifestare il loro disappunto per un determinato post, spot pubblicitario, concorso, etc. In merito ci sono dei casi epici! Se decidi di iniziare a conversare, devi avere un piano strutturato per la gestione delle crisi da #EpicFail.

Fake

Un fake è una performance di un appartenente a una comunità online (social network, chat, form, etc.), che pratica una sorta di “gioco di ruolo” interpretando una personalità che non gli è propria (es. una top model ammiratissima, che nel tempo libero si finge un nerd obeso e psicopatico su Google+).

Fake Inconscio

E’ colui che interpreta se stesso, ma a capocchia! E’ la vera realtà aumentata! Una sovrapposizione di livelli informativi fake della propria vita.

Flame/Flamer

Fiamma in inglese, è un termine utilizzato nel gergo delle comunità virtuali di Internet per identificare un messaggio deliberatamente ostile e provocatorio inviato da un utente alla comunità o a un altro individuo. Il flamer è colui che appicca questi incendi virtuali; nella vita reale lo puoi riconoscere nelle riunioni condominiali: solitamente sbraita per i millesimali.

Follower

Tutte le persone che ti hanno aggiunto alle loro cerchie.

Google Poseur

Sono tutti coloro che hanno un account su Google+, ma che non hanno ancora capito la differenza tra Google+ e tutti gli altri social network, replicando ciò che facevano già male su Twitter e Facebook. Come riconoscere un Google Poseur:

  • I suoi post di solito contengono poche parole, una secchiata di hashtag e un link, ovviamente verso un suo contenuto.
  • Pur avendo un botto di follower i suoi post sono privi di commenti e ricondivisioni.
  • Non commenta e ricondivide post altrui. Nemmeno un coccoloso +1, niente.
  • L’unica forma, malsana, di ricondivisione che apprezza sono le cerchie condivise, con il preciso scopo di aumentare il numero di follower, come se fosse un videogame degli anni Novanta. Le cerchie condivise sono per lui come i #FF (followefriday) il venerdì su Twitter, un modo banale e artificioso di creare movimento intorno a un account di plastica.

GPlussers

Sono gli utenti di Google+, quelli che hanno capito lo spirito di questa piattaforma, in cui lo scambio di informazioni, la collaborazione e la condivisione di idee può trovare la sua massima espressione. Questo è possibile sia per come è stato concepito Google+ che per l’atteggiamento assolutamente positivo di molti professionisti che da subito hanno portato in questo nuovo mondo comunicativo caravelle ricolme di idee, contenuti e soprattutto voglia di condividerle. La community GPlussers ne è per me la massima espressione. Ovviamente dico questo perché la gestisco io!

Hangouts

Strumento di chat e videochiamata di Google+.

Hashtag

Gli hashtag sono oramai presenti in tutti i social network. Cosa sono? L’hashtag è una parola o una frase (senza spazi) preceduta dal simbolo #, ad esempio #GooglePlus, che aiuta le persone a trovare e partecipare a conversazioni riguardanti un determinato argomento. Su Google+ facendo clic sull’hashtag vengono visualizzati i contenuti ad esso correlati. Rappresenta un sistema per aggregare facilmente tutti i contenuti con lo stesso argomento, una sorta di cartelletta digitale.

KPI (Key Performance Indicators)

Rappresenta un obbiettivo aziendale determinato da un valore ben preciso, la vicinanza o meno a tale valore ci dà una chiara valutazione delle nostre performance.

Menzione

Per citare qualcuno nei propri commenti o post basta utilizzare il simbolo + oppure @ seguito dal nome (ad esempio +salvatore russo). La persona menzionata riceverà in automatico una notifica che lo inviterà a partecipare alla discussione.

PageRank

Il PageRank è un valore numerico da 0 a 10 attribuito ad ogni pagina web che è indicizzata sul motore di ricerca Google e che stabilisce il grado di importanza di quella pagina rispetto a tutto lo spettro di documenti indicizzati sul web.

Pagina Google+

Sono gli account Google+ per le aziende. Le pagine Google+ interagiscono nell’ambiente Google+ in modo del tutto simile ai proprietari dei normali profili e consentono quindi di aggiungere persone alle cerchie, modificare il proprio profilo, condividere contenuti, fare +1 su commenti, foto, creare e partecipare agli Hangout.

Plusuanna

Colui che pigia il bottone +1.

PPC (Pay Per Click)

E’ una modalità di acquisto e pagamento della pubblicità online; l’inserzionista paga una tariffa unitaria solo quando un utente clicca effettivamente sull’annuncio pubblicitario. Un esempio di pubblicità Pay Per Click è Google Adwords, cioè annunci sponsorizzati che compaiono nei risultati del motore di ricerca Google.

ROI (Return On Investments)

Tradotto come indice di redditività del capitale investito o ritorno sugli investimenti, indica quanto rende il capitale investito nell’azienda. Indice ovviamente fondamentale nel marketing.

SEM (Search Engine Marketing)

Tutte le attività (comprese quelle SEO) utili a generare traffico qualificato verso un determinato sito web. Lo scopo è portare al sito, tramite i motori di ricerca, il maggior numero di visitatori realmente interessati.

SEO (Search Engine Optimization)

L’insieme di attività finalizzate a migliorare rilevazione, analisi e lettura del sito web da parte dei motori di ricerca, in modo tale da migliorarne potenzialmente il posizionamento nella SERP.

SERP (Search Engine Report Page)

Pagina dei risultati del motore di ricerca. Banalmente, per fare un esempio, se va sui Google o su un altro motore di ricerca e digiti “orecchiette con le cime di rapa” i risultati che riceverai (generalmente elencati a pagine di 10) rappresentano la SERP.

Short Link

Una delle pratiche più comuni e utilizzate quando si condividono i propri post è quella di accorciare gli URL. Per farlo è possibile utilizzare uno dei tanti servizi gratuiti (io ne consiglio due su tutti: bit.ly e goo.gl).

Smarmellare

Il lato buono dello Spam. E’ la condivisione di buoni contenuti, con l’intento di raggiungere l’intera popolazione di Internet. Per farlo è necessario tutto l’amore dei propri follower. E per farsi amare dai propri follower è necessaria la nostra più totale dedizione a un unico obbiettivo: la buona conversazione.

Social Cosi

Tutti coloro che a vario titolo lavorano su social media, comunità virtuale e accrocchi 2.0 allo scopo di generare visibilità verso un determinato brand. Questo “soprannome” quindi racchiude una moltitudine di professioni anche molto differenti tra loro, ma accomunate dal media utilizzato per veicolare la propria comunicazione. Essendoci in Italia ancora una forte digital divide, il termine “coso” prende il posto di Social Media Strategist, Social Media Management, Social… Coso.

Social Eroi

Possiamo trovare nel nostro vivere quotidiano degli esempi di uomini dotati di poteri fuori dal comune? Non lo so, ma l’idea mi è sempre piaciuta. Ed è proprio grazie a quest’idea, al mio lavoro e alle mie passioni che ho potuto conoscere alcune persone con un peculiare e marcato talento, capaci di utilizzare i network sociali per “fare del bene” e farlo in svariati modi, due su tutti: mettono a disposizione le loro abilità professionali condividendo pensieri, idee, contenuti qualitativamente alti che incoraggiano discussioni costruttive; producono sorrisi grazie alla loro naturale simpatia e ironica. Questi sono i #SocialEroi.

Spam

Il Male. Il termine ha origine da una scena della serie tv inglese “Monty Python Flying Circus” (roba di 43 anni fa) in cui si prendeva in giro la carne in scatola “Spam” presente ovunque in Gran Bretagna negli anni del dopoguerra, sia sulle tavole che in pubblicità. Ora viene utilizzato per definire i messaggi e-mail non richiesti, di solito utilizzati a scopo commerciale o pubblicitario. Io estendo il concetto a tutte le attività pubblicitarie poco trasparenti, non richieste, massive, cheap, aggressive, tipo “scade domenica”.

Stream

Sostanzialmente il flusso delle informazioni visualizzate in una determinata piattaforma. Ad esempio il giovane che esclama “ho visto il tuo post nello stream home di G+”, ti sta semplicemente dicendo che ha visualizzato il tuo post nella schermata principale del suo account Google+, tranquillo.

Temi Caldi

Argomenti di maggior successo in Google+, è possibile trovarli sparsi nel tuo stream oppure raccolti ordinati e pettinati all’interno dell’apposita sezione, appunto Temi Caldi raggiungibile tramite il menu di sinistra nel tuo account Google+.

Troll

Colui il quale dedica la propria attività online a distruggere una determinata comunità virtuale, attraverso un sistematico uso di messaggi provocatori e violazioni della “netiquette”.

Piacere, Cloud

Cover Web 3.0Cloud, la Nuvola. Ma anche la robotica e le nanotecnologie, il Big Data e la vociante “piazza” dei social network, il Mobile Internet e quella sorta di nuovo mondo impressionante chiamato Internet delle Cose, la futura colossale interconnessione in cui tutti gli oggetti, e le stesse città, le Smart City, potrebbero riuscire a dialogare tra di loro e con i nostri dispositivi mobili, non solo servendoci ma anche pianificando le nostre vite.
Tutto questo si trova in “Rischi e opportunità del Web 3.0” di Rudy Bandiera (Dario Flaccovio Editore, www.darioflaccovio.it), un libro sul futuro del web (un futuro stupefacente e che, a tratti, inquieta), ma un libro anche sul passato e sul presente della rete (e in questo libro si spiega anche la differenza che passa tra Internet, web e rete).
Non ci sono solo le tecnologie, ci sono anche le aziende e gli uomini, come i giganti dell’informatica, dalla Apple di Steve Jobs (che soffre della scomparsa del genio) alla Microsoft di Bill Gates (non molto amata dagli “smanettatori”), passando per il signor Tim Berners-Lee, l’uomo che – in Europa, non nella Silicon Valley – coniò l’espressione “www”: World Wide Web.
L’autore, Rudy Bandiera, ferrarese, è un professionista dell’era digitale, e si guadagna da vivere come esperto e docente di “online marketing” (ha fondato la società NetPropaganda). E’ un libro, il suo, che consigliamo. E’ una miniera di nozioni, informazioni e scenari, che permette di capire (con un linguaggio diretto e chiaro) in quale “mare magnum” comunicativo ci troviamo immersi e verso quali sponde stiamo navigando. All’autore diamo solo un modesto suggerimento: non è vero che “una intelligenza collettiva e ben calibrata” sia meglio di “un collegio di menti che vanno tutte in direzioni opposte”. Questo precetto può valere per un team o per una mission aziendale, non è certo auspicabile per l’umanità, tantomeno per le società democratiche “interconnesse”, le quali mai potrebbero rinunciare a coloro che, quando serve, prendono “direzioni opposte” (e siamo sicuri che Rudy Bandiera è d’accordo con noi).
Da “Rischi e opportunità del Web 3.0” pubblichiamo il brano dedicato al Cloud.

di Rudy Bandiera

Rudy BandieraCredo e temo che Cloud sia la parola più utilizzata e in qualche maniera inflazionata in ambito informatico, e temo sia una questione di moda: è una bella parola, con un cadenza semplice, è breve, non difficile da pronunciare, ha una rappresentazione grafica spesso ariosa e pulita, ci ricorda il cielo, rappresenta e significa “nuvola”. Come non usarla sempre?
In realtà purtroppo, come spesso accade, il Cloud o più precisamente Cloud Computing non indica esattamente qualcosa di arioso, spaziale e poetico, ma un insieme di tecnologie, fredde, freddissime tecnologie che hanno come propellente la Banda (non quella di Belushi ma quella larga di Internet), i server e il software, che in un modo o nell’altro dobbiamo etichettare con un nome.

Che cos’è il Cloud?

La Nuvola, per dirla all’italiana, è l’insieme di tecnologie che permettono di elaborare dati, oppure archiviarli su computer remoti che possono essere dall’altra parte del pianeta: si tratta in pratica di prendere i tuoi dati e salvarli su un computer che non è il tuo.
Ovviamente le caratteristiche del servizio o dei servizi garantiscono una sicurezza straordinaria ai tuoi dati, nel senso che se andasse a fuoco il tuo ufficio avresti perso tutto quello che hai sugli hard disk, mentre è difficile che vada a fuoco l’intera California con tutti i tuoi dati.

Quali sono gli usi del Cloud?

Gli aspetti più interessanti per quello che riguarda il Cloud Computing sono certamente due: l’archiviazione di file e il loro trattamento. Sono due cose molto differenti tecnicamente e un file, un dato, deve avere anche una predisposizione verso una soluzione piuttosto che l’altra, ovvero se io apro un file di testo in Cloud su un computer e lo stesso file di testo viene aperto da un’altra persona dall’altra parte del mondo, il suddetto file di testo non può essere editato e salvato da entrambe le persone, perché quel file non è appunto predisposto per essere trattato da più fonti.
Quindi andiamo per ordine.

Archiviazione

I software di archiviazione in Cloud sono generalmente i più noti e anche quelli che sono nati prima, perché rispondono ad una necessità vecchia quanto l’uomo, la necessità di mettere al sicuro le proprie cose senza paura di perderle.
Se usiamo un computer e questo computer si rompe, tutto quello che abbiamo nell’hard disk potrebbe essere irrimediabilmente perso, con ingenti danni sia in termini economici, sia di lavoro, sia di tempo, sia di cuore e valvole mitraliche, ed è per questo che il Cloud ci offre un approdo sicuro, una spiaggia sulla quale sentirci protetti mentre lavoriamo.
Software come Dropbox (che sta eseguendo il backup in automatico mentre scrivo questo pezzo su dei server non so ben posizionati dove) ci danno la possibilità di lavorare su uno o più file che sappiamo, con certezza, che vengono costantemente aggiornati e salvati su più server remoti.
Non posso perdere nulla. Nemmeno se voglio.
Inutile dire quanto sia comodo, oltre che sicuro, un servizio del genere: da qualsiasi macchina io acceda, da qualunque device, come telefono, PC, o tablet, il mio file sarà sempre disponibile, editabile e di nuovo salvabile, esattamente come se avessi un hard disk in tasca e usassi sempre quello.

Elaborazione

L’altra possibilità che il Cloud ci offre, nella sua immensa grandezza, è quella che diverse persone possono editare o elaborare un file (se correttamente predisposto), un numero di utenti virtualmente infinito. Se la comodità dell’archiviazione nella Nuvola è certamente magnifica, così come la sicurezza intrinseca che implica, l’editing di un file, oltre al suo salvataggio, è certamente un valore aggiunto: se oltre a salvare un file lo posso anche modificare e se oltre a me lo può fare anche il mio collega dall’altra parte del mondo, il quid diventa smisurato.
Evitiamo invii di mail, messaggi, telefonate: lavoriamo tutti, in due o in team, sullo stesso file scrivendo a 2 o a 4 o a 20 mani.
Esistono strumenti come Google Drive, gratuiti e “leganti”, che forniscono la possibilità di aprire documenti condivisi simili in tutto e per tutto ai formati esistenti in Office di Microsoft, ad esempio, e di salvarli nei formati più consoni ai reader che si trovano in commercio, così da poter creare dei file di testo come se li avessimo editati in Word, oppure in Excel o via dicendo.

Elaborazione remota

Oltre a queste due funzionalità stupefacenti, abbiamo anche la possibilità di utilizzare i calcolatori remoti per elaborare quello che altrimenti dovrebbe elaborare il nostro computer.
Se per esempio vogliamo giocare a Quake 3 Arena abbiamo due possibilità che sono o comprarlo, installarlo, configuralo e infine giocarci utilizzando le risorse del nostro hardware, oppure andare online e giocare con quello disponibile in Rete, semplicemente accedendo a un portale che si occupa di fare muovere il nostro giocatore al posto del nostro computer.
Per noi ovviamente l’effetto è lo stesso, ma il nostro computer sarà sollevato dal dover far girare un programma e sarà “libero” di fare altro oppure, addirittura, sarà inutile, rendendo la gara alle performance di velocità delle CPU oltre modo superata.
Ma adesso viene una domanda spontanea: se i calcoli non li fa il mio PC, a cosa mi serve un PC potente?

Nella quantità di banda sta l’unico limite

La risposta alla domanda, guardando a domani, potrebbe essere: a nulla. Non voglio parlare di Second Life adesso, ma è ovvio che se sono macchine remote a farmi muovere in un mondo virtuale, a salvare i miei file o farmeli editare, è anche chiaro che la qualità e le possibilità del servizio stanno nella quantità e velocità della banda a disposizione. Ovvio che per accedere ai servizi il mio device debba essere abbastanza potente e parlare la stessa lingua dei servizi stessi, ma la chiave delle performance non è nell’individualità del nostro smartphone o PC.
Se da un lato la gara alla banda larga così come alla fibra ottica potrebbe sembrarti stupida come la corsa al 4G, basti pensare all’incredibile uso del Cloud che facciamo per capire che non vi è nulla di più sensato. Pensa ad esempio ad ogni volta che scatti una foto con il tuo telefono, la quale viene uploadata in modo automatico su servizi di backup come Google Backup Automatico o SkyDrive di Microsoft o iCloud di Apple e pensa a quante persone, contemporaneamente, stanno uploadando i loro gattini in remoto.

La morte del concetto di possesso

Grazie all’utilizzo del Cloud e allo sfruttamento di reti remote sempre più veloci e potenti, sarà davvero possibile avere tutto sempre con noi, così come sarà possibile non “possedere” di fatto più nulla. La nostra musica, le nostre foto, la nostra vita intera saranno nella Nuvola, rendendo obsoleto il concetto stesso di possesso, visto che non si tratterà più di avere qualcosa per poterla usare, ma si tratterà di usarla senza necessariamente doverla avere.

Quell’ortica che spunta dalle democrazie in declino

coverVengono raccolti per la prima volta, in un’unica opera, i Quaderni politici del Partito d’Azione, il piccolo partito antifascista che, con le sue diverse anime, fu alla base della cultura democratica italiana nata dalla Resistenza. A dare alle stampe, in due volumi, quegli scritti clandestini, pubblicati tra il giugno 1944 e il febbraio-marzo 1946, è Il Settimo Libro (www.ilsettimolibro.it), una casa editrice appena nata a Brindisi per volontà di Gianluigi Capurso, giornalista che ha deciso di diventare editore (Capurso ha scritto per il “Panorama” diretto da Sechi, per “L’Espresso”, per il “Giornale” diretto da Montanelli ed è stato una firma di punta del “Secolo XIX” di Genova, seguendo tra l’altro la caduta dell’Unione Sovietica).
Per riunire i Quaderni è stato necessario un paziente lavoro di recupero e di classificazione filologica. E il risultato principale, a parte il valore antologico e storico, sta nella restituzione di una “materia” politica che si mostra ancora viva, ribollente, ancorché a tratti conflittuale nelle proposte. Nella prefazione di Adolfo Battaglia si sottolinea infatti che la preziosità della raccolta sta proprio, preliminarmente, nella possibilità di ritrovare nei Quaderni “tutte le diverse anime” del Partito d’Azione: “E appare più chiara la diversità fra le tesi ‘socialiste’ di Emilio Lussu e Federico Comandini, e quelle opposte, ‘democratiche’, di Riccardo Bauer, Manlio Rossi Doria e Ugo La Malfa; ancora differenti, poi, da quelle ‘liberalsocialiste’ di Guido Calogero e da quelle ‘gielliste’ di Aldo Garosci. Mentre Francesco Fancello e Oronzo Reale, in vario modo, tentavano da parte loro amichevoli componimenti” (e dall’elenco mancano Balbi, Dorso, Jemolo, Momigliano, Omodeo, Parri).
immagine-lussuQui di seguito, pubblichiamo alcuni brani del primo Quaderno dal titolo “La ricostruzione dello Stato” di Emilio Lussu, una delle voci più potenti delle vicende nazionali della prima metà del ‘900, interventista e autore di “Un anno sull’altopiano” (uno dei capolavori letterari dedicati alla Prima Guerra Mondiale), fondatore insieme a Carlo Rosselli di Giustizia e Libertà, partigiano e parlamentare della Costituente. L’opuscolo firmato da Lussu apparve clandestinamente in Francia nel giugno del 1943 e fu ripubblicato in Italia, sempre clandestinamente, nel giugno del 1944.
Sono passati, da allora, esattamente settant’anni. Lussu scrive nel pieno della guerra e della pressione nazista, con un fascismo quasi alle corde a Roma ma destinato a sopravvivere tragicamente, con l’appendice di Salò, per alcuni mesi. La lucidità dell’analisi di Lussu è sconcertante: vi è la visione dello storico mentre il presente incombe con un destino ancora sanguinoso e incerto. E’ un documento straordinario. E c’è una frase di Lussu che vale ancora da ammaestramento quando le democrazie inconcludenti cominciano a zoppicare o declinano. Il fascismo, scrive Lussu, non è un bolide piovuto dal cielo: “E’ l’ortica spuntata dalle rovine della democrazia italiana”.

di Emilio Lussu

Il fascismo non è, come alcuni liberali tradizionalisti amano credere, una svolta improvvisa nel corso della civiltà del nostro paese. Né, come la letteratura degli esuli era portata a sostenere di fronte a un pubblico straniero, un male che il popolo italiano non meritava. Il fascismo non è caduto dall’alto, come un bolide. Esso è stato il prodotto naturale della civiltà politica italiana, una malattia del popolo italiano, formatasi nel suo organismo e nel suo sangue. E’ stato la conseguenza del passato.
Se su questa critica fondamentale non si concorda, è difficile pensare si possa essere d’accordo nel ricostruire l’Italia.
Il fascismo è il prodotto delle forze reazionarie che hanno costantemente influenzato l’Italia fin dalla sua unità, malgrado le aspirazioni liberali. Mussolini è la ripetizione riveduta e migliorata ed aggiornata del fenomeno Crispi alla fine del secolo scorso. Vittorio Emanuele II è la ripetizione anch’essa aggiornata, di re Umberto. La reazione e la monarchia non si sono smentite.
Il re si sentiva veramente padrone in casa sua. In altri paesi, altri re hanno giocato la testata, e pagato con la medesima, l’attentato alle libertà popolari. Da noi, la decadenza e la corruzione delle forze politiche della democrazia hanno creato l’ambiente favorevole. Come uno squadrone bene ordinato di corazzieri, i grandi dignitari dello Stato, e i grandi burocrati, e i prefetti, e i consiglieri provinciali, e i sindaci, e i consiglieri municipali, tutti liberali e democratici, hanno accolto il colpo di Stato monarchico che ha preso il vistoso nome di “marcia su Roma”, al grido fatidico di “Viva il Re!”. Lo stesso Aventino ha gridato a perdifiato per sei mesi “Viva il Re!”.
Non è per un accidente inspiegabile che il capo incontestato del liberalismo italiano, anzi la sua più fedele incarnazione, Giovanni Giolitti, è stato la levatrice patentata del fascismo. Lo stesso partito del proletariato e dei lavoratori italiani, il solo cui, in ultima istanza, spettava storicamente il compito di spazzare dalle piazze le camicie nere e le azzurre, era uscito dai trionfi elettorali del dopoguerra, idropico, diviso e senza senso politico. E fu incapace all’urto.
Il fascismo è l’ortica spuntata dalle rovine della democrazia italiana. Le responsabilità sono generali, in rapporto alle iniziative, alle complicità e alle deficienze di ciascuno. Azione positiva quella delle forze reazionarie che hanno pagato lo squadrismo e finanziato la grande avventura, in testa la borghesia industriale e rurale; azione negativa quella della democrazia decadente. Esse investono tutta la vita dello Stato nel dopoguerra.
Il fascismo va debitore del suo trionfo e a quanti l’hanno sostenuto per arrivare al potere, e a quanti, arrivato al potere, l’hanno difeso, consolidato e glorificato, sì da farlo apparire come l’espressione storica delle aspirazioni nazionali.
Fra questi ultimi stanno in primo piano non pochi ambienti politici responsabili di paesi stranieri, che nel fascismo individuavano, con gioia, la espressione più moderna delle forze dell’ordine; e il papato. Di fronte alla moltitudine dei cattolici dell’Italia e del mondo, fino ad allora avversi ad una dittatura nata e vivente nel sangue, il papato, accordandosi clamorosamente col fascismo, ha asservito la religione al regime. Non v’era più dunque ragione di rivolta morale.
Il fascismo è strettamente legato al passato; rompere col fascismo significa pertanto rompere col passato. Pretendere, come più d’un’anima quieta fa, di ritornare all’Italia del 1922, è così assurdo come pensare di ritornare all’Italia del 1831 o del 1848.
La ricostruzione sarà pertanto complessa, poiché non si tratterà di ricopiare, ma di creare. Il problema non è di sostituire, al governo, il partito fascista con un altro partito o con un’alleanza di partiti: il problema è la ricostruzione radicale dello Stato. Con Mussolini non crolla il capo di un partito; è tutto un regime che crolla. Si tratta dunque di sostituire, al vecchio regime un nuovo regime. La parola è vecchia: si tratta di creare un ordine nuovo.
La monarchia italiana è finita. Non il re, solo, ha tradito l’Italia, ma la monarchia. L’abdicazione del re non può dunque risolvere la crisi. Il re, il principe ereditario, e tutta la costellazione di principi di Casa Reale, sono tutt’uno. La dinastia sabauda si è estinta vestendo la camicia nera.
Teoricamente, la monarchia è possibile in Italia, alla condizione che sia portato sul trono un principe straniero. Ma, per quanto il popolo italiano sia caduto così in basso, esso non si avvilirà mai al punto di accettare con rassegnazione un simile dono. L’ipotesi di un principe straniero sul trono italiano non è meno assurda dell’ipotesi di un qualsiasi principe sabaudo, erede dinastico. Conservare sul trono un Savoia, qualunque Savoia, equivarrebbe a sostituire Mussolini con Ciano, o con Farinacci, o con Bottai, o con Grandi, o con De Vecchi, o con De Bono. Il consiglio di reggenza, per un principino figlio di principe, sarebbe la più strana di tutte le ipotesi: i suoi membri bisognerebbe prenderli fra i generali inglesi, americano, o russi.
Nell’impossibilità che si avrà di salvare la corona con un Savoia, noi correremo il rischio di assistere persino alla candidatura, a causa della successione del reame di Napoli, di uno dei cento principi borbonici, scovato in una boîte di mercato nero, a Parigi o a Vienna. E la vecchia gloriosa reazione italiana, dura a morire, sosterrebbe anche quella, in mancanza di meglio.
L’Italia è ormai entrata nel numero di quei paesi in cui la monarchia sarebbe un anacronismo infamante o ridevole.
Quando noi sentiamo Carlo Sforza, discendente di una famiglia regnante, imparentato con case reali, che ha passato tutta la sua carriera di diplomatico a contatto con re e principi, collare dell’Annunziata per giunta, porre, alla sua coscienza d’italiano libero, che intende vivere senza macchia, la pregiudiziale repubblicana, bisogna concludere che solo la peggiore parte del paese, moralmente la più indegna e politicamente la più pericolosa, si fa ancora sostenitrice della monarchia in Italia.
Una repubblica vale una monarchia, e può valere anche meno, se essa non trasforma fin dalle radici la vita del paese, in ogni campo, e non la eleva. Se non si suscitassero nuovi valori morali e ideali, avremmo una repubblica ludibrio dell’Europa. La repubblica presuppone la totale rovina dello Stato fascista,
Lo Stato fascista non si modifica né si adatta, come ha fatto docilmente lo Stato liberale. Lo Stato fascista può essere solo distrutto, in tutta la sua struttura politica, sociale, culturale, militare-poliziesca. Il compito degli italiani liberi non è quello di conquistare lo Stato fascista e di trasformarlo in Stato democratico, più o meno gradualmente, ma di distruggere e di ricostruire, ex novo, lo Stato democratico.

Una (leggera) lezione sul senso del passato

intervista a Luciano Violante di Mario De Pizzo

cover VIOLANTELuciano Violante è stato un protagonista della vita parlamentare e della sinistra italiana. Da tempo ha lasciato la politica attiva ed è tornato all’insegnamento (tiene corsi di Istituzioni di diritto pubblico alla Sapienza di Roma). Nel libro-intervista “Il primato della politica”, pubblicato da Rubbettino, Violante risponde alle domande del giornalista di Rai News 24, Mario De Pizzo, e lo fa con il distacco di un uomo che ha visto passare tanta acqua sotto i ponti e che, rispettando l’impeto dei giovani senza umiliare il passato, non vuole consegnare ricette apodittiche alle nuove generazioni. L’intervista, infatti, è soprattutto questo: un dialogo intergenerazionale, franco e senza steccati, tra l’ex presidente della Camera, che sta per compiere 73 anni e che spiega quando arriva il momento di “mettersi sobriamente da parte”, e il giovanissimo Mario De Pizzo, che di anni ne ha 29 (e che, ci piace sottolineare, è stato un allievo della nostra Scuola di giornalismo radiotelevisivo). Da “Il primato della politica” pubblichiamo alcune domande e risposte del capitolo “I vecchi e i giovani”.

Nella politica italiana è il momento dei quarantenni. Oltre a Matteo Renzi, anche Angelino Alfano, Matteo Salvini e Giorgia Meloni guidano importanti partiti italiani. Niente di straordinario, sono semplicemente in linea con gli standard occidentali. Come giudica questa nuova “linea” di giovani leader?

Come in tutto, non si può generalizzare. L’anagrafe di per sé non è un vaccino, né un virus malefico. C’è un nuovo più rituale come Meloni, Alfano e lo stesso Enrico Letta e un nuovo più irrituale e di rottura come Renzi o Salvini. Naturalmente ognuna di queste personalità ha un suo carattere, un suo sistema di valori e un suo stile. La nuova generazione è tutta profondamente condizionata dal sistema comunicativo. Il messaggio politico è breve, sintetico, emozionale. A volte sintetizza un pensiero profondo, ma non lo lascia intravedere sempre. Più spesso è un giudizio tranchant, che smuove i giornalisti, ma lascia indifferenti i cittadini. Non è detto che il pensiero profondo debba essere per forza pesante; può essere anche leggero. Le Lezioni di Italo Calvino lo insegnano. Nella mia generazione, è più facile distinguere una riflessione da una banalità.

Luciano Violante

Luciano Violante

Questa nuova generazione forse è meno divisa, meno lacerata dalle battaglie del passato e può concentrarsi di più sulle cose da fare. Sulle politiche più che sulla politica, sulle risposte, più che sulle polemiche.

Sembra anche a me che sia meno divisa. Certamente non si porta dietro i “pesi” della nostra generazione. Soprattutto vivrà nel futuro e perciò è più idonea a costruirlo. Noi in quel futuro non vivremo e quindi siamo meno idonei di loro a costruirlo. Poi se vogliono una mano, benissimo. Ma è opportuno che siano loro a chiederla.

Quale sarà il compito principale della nuova classe dirigente? Le cose da fare sono tantissime, c’è da ricostruire un Paese.

Gli antichi partiti hanno portato le masse nello Stato, educandole alla legalità e alla vita della Repubblica. La loro scomparsa e la mancata sostituzione con forze della stessa robustezza ideale le sta riportando fuori dallo Stato. Il compito delle nuove classi dirigenti è proprio quello di riportare i cittadini ad avere un rapporto positivo con le istituzioni, e le istituzioni a rispettare i cittadini. Ricondurre la masse nello Stato, per usare un’antica espressione: superare l’attuale frattura tra società e politica, per avvalersi di una espressione più moderna.

Ma in generale come giudica i giovani italiani?

depizzo

Mario De Pizzo

Nei primi nove mesi del 2013, il 34% delle imprese aperte ha un titolare sotto i 35 anni; lo stock di queste imprese ammonta a 675.000 unità e costituisce l’11% del totale delle imprese che operano in Italia. In campo agricolo, nel 2013, sono nate 11.485 imprese, il 50% nel Sud, e il 17% ha un titolare di età inferiore ai 30 anni. Migliaia di giovani sono dediti al volontariato. Una parte significativa dei giovani si sta mettendo in marcia. Non è tutto. Vedo anche io che una parte delle generazioni giovani rischia l’inabissamento perché non riesce a disincagliarsi, per le condizioni economiche o perché è sfiduciata. Le fasi di crisi economica sono un terribile setaccio per tutte le generazioni. Ma se si dà una prospettiva, se la si smette con il piagnisteo, la autocommiserazione, la irresponsabilità anche i più deboli cominciano a credere in se stessi.

Dicevamo che Matteo Renzi ha cominciato con la rottamazione, anche se, dopo averla usata per “farsi conoscere”, ha cercato un rapporto diverso con la classe dirigente che lo ha preceduto.

Nel paragrafo 17 dell’ottavo Quaderno, Gramsci scrive che “una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente […]. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza.” Il giudizio di Gramsci forse è troppo drastico, ma aiuta a riflettere. In ogni caso non c’è dubbio che esiste una frattura generazionale tanto nella società, dove una nuova generazione di non protetti si contrappone a una vecchia generazione di super tutelati, quanto nella politica. Nella nascita della contrapposizione generazionale le precedenti classi dirigenti del Pd hanno avuto una notevole dose di responsabilità. Non si sono occupati del passaggio di testimone, ritenendosi buone per tutte le stagioni. La “rottamazione” è stata la risposta sommaria a un problema effettivo.

La sua generazione ha ormai lasciato la scena. Qual è il suo bilancio?

Io sento che, con errori, abbiamo fatto il nostro lavoro. Avremmo potuto concludere meglio, con meno personalismi e più senso collettivo. Ma richiamo Gramsci: se buttiamo via tutto il passato, non capiamo nulla del presente. Per la prima volta abbiamo portato la sinistra al governo, abbiamo reso il partito competitivo, abbiamo portato l’Italia nell’euro. Abbiamo combattuto e vinto i diversi terrorismi, di destra e di sinistra, e le manovre eversive contro la democrazia. Abbiamo impostato e combattuto quella lotta contro la mafia che ha portato all’arresto di quasi tutti i capimafia e alla sottrazione alle loro organizzazioni di beni per milioni e milioni di euro. Poi abbiamo anche fatto errori, non badando alla solidità della organizzazione politica, alla costruzione del partito come comunità. Con eccessi di leaderismo e di personalismo. Ora dobbiamo metterci sobriamente da parte.

Ma oltre alla rottamazione, i giovani cosa dovrebbero fare?

Ricostruire il rapporto con la generazione precedente e, su questa base, adempiere alle proprie responsabilità. I continui nuovi inizi, che vogliono buttare via tutto ogni volta, finiscono o in tragedia o in farsa. Se fosse la mia generazione a cercare di ricostruire quel rapporto, sarebbe difficile sfuggire ai personalismi. E tuttavia i giovani che vogliono impegnarsi in politica non possono privarsi della esperienza e della conoscenza dei vecchi. Non per seguire il loro esempio, ma per capire i principi che governano i fatti politici e sfuggire al mito del potere per il potere.

Lei dopo un percorso istituzionale, a un certo punto ha deciso di lasciare. Perché?

Ho deciso di non ricandidarmi, nel 2008, perché il lavoro parlamentare non mi interessava più e perché sentivo l’esigenza di lasciare spazio a nuove giovani capacità. A Montecitorio ho presieduto tutto il presiedibile: la Commissione Antimafia, la Commissione Affari Costituzionali, il Gruppo Parlamentare, la stessa Camera. Era diventata quasi una routine, senza spirito creativo, e mi capitava a cogliermi a guardare dall’alto in basso i più giovani, che è sempre un errore di supponenza, anticamera della stupidità. Sono legato al modello gramsciano: il politico come creatore e come suscitatore. Quando mi sono accorto che queste doti si andavano esaurendo ho tirato il freno a mano e sono sceso. Non ho preso da solo quella decisione; l’ho comunicata tempestivamente ai dirigenti del mio partito. D’altra parte ero stato trent’anni alla Camera. Ho perciò deciso di tornare a insegnare, per restituire ai giovani universitari un po’ di quello che avevo ricevuto in trent’anni di intensa vita parlamentare. Inoltre con alcuni amici ho costituito “italiadecide”, un centro di ricerca apartisan sulla qualità delle politiche pubbliche. Il presidente onorario è Carlo Azeglio Ciampi, questo può chiarire la nostra ispirazione.

E la radio incontrò il web

CREARE-E-GESTIRE-UNA-WEB-RADIO-PROFESSIONALE-small-1670764-023“Creare e gestire una web radio professionale”, il libro di Fabrizio Mondo pubblicato da Dario Flaccovio Editore, ha un sottotitolo che riassume il senso della sfida di “fare radio” grazie al pc e alla rete: “Passa al digitale e fai sentire a tutti la tua voce”. Quel “tutti”, inteso come il pubblico potenziale da raggiungere, può valere anche per il broadcaster: i costi d’impresa, infatti, sono bassissimi. Chi vuole fare radio, mentre un tempo avrebbe dovuto trovare finanziamenti e finanziatori, oggi lo può fare con una spesa relativamente modesta. Il miracolo dell’informatica e della rete è anche questo: l’abbattimento dei costi. Il manuale di Fabrizio Mondo (30enne di Bagheria, Palermo, ingegnere informatico ed esperto delle comunicazioni radiofoniche e del web) costituisce un vero unicum nel suo genere e si rivolge – dice una nota della Flaccovio Editore – a chiunque “voglia configurare correttamente i principali programmi applicativi per creare emittenti radiofoniche su Internet”. Nel libro vengono passati in rassegna e illustrati i server di streaming principali così come i software di regia e gli encoder, e si suggeriscono gli studi di funzionalità e i possibili miglioramenti dei vari applicativi fondamentali. Utilizzabile tanto dal semplice appassionato quanto dal tecnico di regia, il testo consente sia di creare una web radio da zero sia di poterne migliorare una già esistente, provvedendo anche a fornire le soluzioni ai principali errori che possono verificarsi durante una sessione di regia o durante la costruzione fisica di una radio. Il regista radiofonico esperto vi troverà tutti i concetti necessari per diventare progettista e innovatore dell’emittente di cui è responsabile. La sezione dedicata alle normative legali e al diritto d’autore, infine, aiuta a regolarizzare tanto le emittenti radiofoniche che trasmettono contemporaneamente su Internet e in modo tradizionale (simulcasting), quanto le radio di nuova generazione che trasmettono soltanto su Internet (web radio). A Fabrizio Mondo abbiamo chiesto un report su che cosa è una web radio e qual è lo “stato dell’arte” della piattaforma.

di Fabrizio Mondo

Fabrizio MondoSe dovessimo dare una definizione sintetica di web radio, potremmo dire che si tratta di un mezzo di comunicazione di massa esclusivamente vocale, che si diffonde tramite Internet.

In realtà, tale definizione è abbastanza semplicistica, anche se pienamente attinente. La web radio è l’evoluzione tecnologica della radio tradizionale per come siamo sempre stati abituati a conoscerla. Se fino a pochi anni fa per radio si intendeva un dispositivo con una manopola che spaziava tra gli 88 ed i 108 Mhz, adesso il concetto si è rivoluzionato quasi totalmente.

Per comprendere meglio il fenomeno è necessario fare dei piccoli paragoni spiegando quali siano i connotati di una radio tradizionale.

La stazione radiofonica è composta da uno studio che genera voci e suoni, da un apparecchio che invia tale segnale ad un’antenna che lo diffonde a chi lo vuole ascoltare. Tali apparecchi, che sfruttano quel meccanismo tanto conosciuto chiamato modulazione di frequenza, normalmente costano molto.

Internet ha cambiato il punto di vista. Lo studio radiofonico può essere adesso ricondotto a un semplice programma per pc così come può essere simulata l’antenna di diffusione, che ha il suo parallelo nel server di streaming.

Anche l’ascoltatore affronta delle piccole differenze: non esiste più una manopola per cambiare stazione, si sfruttano invece siti Internet e player.
Il totale abbattimento dei costi ha contribuito, sin dagli anni ’90, al boom delle web radio. Adesso qualsiasi realtà, locale, piccola o settoriale, può creare una sua emittente radiofonica e diffondere i suoi contenuti ad una platea potenzialmente infinita.
La tecnologia che permette di creare web radio ha compiuto 20 anni da poco, ed è maturata molto nel corso degli anni, anche se i concetti teorici che le stanno alla base sono rimasti immutati e così resteranno.

La prima concezione di web radio prevedeva tre programmi standard, che potevano avere forme e nomi diversi tra loro ma con lo stesso funzionamento: sorgente, encoder e server di streaming.

Le sorgenti sono i programmi di automazione radiofonica e all’interno di questa categoria troviamo software per disc jockey, regie radiofoniche gratuite o a pagamento e tanto altro.
Il ruolo dell’encoder è quello di rendere omogeneo il contenuto delle sorgenti e inviare il segnale al server di streaming, che ha invece il ruolo di diffondere il segnale all’utenza.
Questo schema permane da vent’anni ed è l’unico concettualmente possibile.
Servizi come Shoutcast, Icecast e regie come Sam Broadcaster, DirEttore o MBStudio hanno portato la web radio ai livelli delle radio in FM, ma oggi si sta assistendo alla nascita delle cosiddette “Web radio browser driven”, una sorta di Web Radio 2.0 che sfrutta il browser non soltanto per l’ascolto, ma anche e soprattutto per la trasmissione.
Servizi come Spreaker (una start-up italiana) o Radionomy (che è invece belga) forniscono ai radioamatori la possibilità di trasmettere avendo semplicemente un microfono e una connessione a Internet, non dovendosi preoccupare di configurare praticamente nulla.

La tendenza della radiofonia italiana locale è quella di migrare progressivamente alla trasmissione tramite Internet, per superare quei limiti territoriali imposti dalla trasmissione via etere, magari mantenendo temporaneamente sia il servizio via Internet che quello in FM.
A oggi non esiste una regolamentazione completa ed esaustiva sulle web radio, che sono viste ancora dagli enti istituzionali come un fenomeno di nicchia. Ogni web radio che trasmetta su Internet musica per la quale i diritti sono tutelati deve necessariamente richiedere una licenza alla SIAE per i diritti d’autore e al consorzio dei fonografici SCF per i diritti connessi.
In base alla forma giuridica della radio (che può essere creata da persone fisiche, associazioni o società) i costi variano e variano anche i vincoli sull’utilizzo di pubblicità e le forme di introito possibile.

Il futuro della radiofonia internazionale è basato più sui contenuti che non sulla tecnologia trasmissiva. Con il passare del tempo le radio, professionali di grandi dimensioni o amatoriali che siano, tenderanno a utilizzare quante più modalità di trasmissione possibili, come avviene ad esempio con grandi emittenti come Radio Deejay, Radio Rai o RTL 102.5. L’utilizzo delle tecnologie tradizionali come la trasmissione radio FM analogica vedrà una rapida diminuzione in funzione del DAB o proprio della web radio, che nel mondo delle nuove tecnologie trasmissive fa senza dubbio la parte del leone.

Quasi quasi mi faccio un brand

cover libroLa rete non è soltanto uno sconfinato territorio di ricerca di informazioni o di socializzazione. Per tanti è anche uno strumento di lavoro. Ma se sei nella rete, e vuoi socializzare, condividere, dire la tua o vendere un prodotto (editoriale e no), deve farti riconoscere: devi costruirti un Personal Branding. Insomma, devi diventare (e i puritani storceranno il naso) una “marca”. “Fai di te stesso un brand” di Riccardo Scandellari è un libro che si occupa di questo: anzi è un vero e proprio manuale, una miniera di grandi e piccole istruzioni, per “costruire una forte identità online”. Pubblicato da Dario Flaccovio Editore (www.darioflaccovio.it), il testo non scende negli aspetti tecnici (ci sono tanti libri che spiegano come configurare una pagina Facebook o Twitter o come aprire un blog) ma illustra quello che avviene dopo: spiega cioè come sfruttare le potenzialità dei maggiori social network per affermare la propria identità online, insegna a utilizzare al meglio il proprio blog per “creare un’immagine chiara e coerente” e “mettere le basi per crearsi un seguito e amministrarlo”. L’autore, il ferrarese Roberto Scandellari, giornalista e creativo (il suo sito è www.skande.com) si occupa di web dal 1998, e con Rudy Bandiera (che ha curato la prefazione del libro) ha fondato l’agenzia NetPropaganda. Da “Fai di te stesso un brand” pubblichiamo alcune preziose “istruzioni” di base.

di Riccardo Scandellari

riccardo scandellariC’è una ricetta per la visibilità online. Semplificando al massimo, gli ingredienti base sono due: identità (personale o aziendale) e contenuto. L’identità è definita come Brand Identity se sei un’azienda o Personal Branding se sei una persona: è un fattore da studiare e non lasciare al caso perché potresti rendere meno efficaci i contenuti di qualità che andrai a creare.
I contenuti possono essere testuali o visuali (foto e video) e sono quelli che faranno parlare di te creando interesse verso la tua persona e di conseguenza verso i tuoi prodotti e servizi.
Il contenuto di qualità è la vera colonna portante per il successo dei siti web e nella comunicazione sui social media. Analizziamo quali sono i cinque requisiti e competenze per ottenere il successo professionale in questo settore.

Ecco ciò che servirebbe:

ABILITA’ DI SCRITTURA – I lettori scelgono il tuo contenuto perché è interessante, ironico e anche un pochettino furbo. Chi ti legge pensa di ottenere un ritorno di tipo conoscitivo e culturale, per quello ti leggono, dovrai tenerne conto dal titolo in poi.

SVILUPPARE LE TUE CAPACITA’ DI RICERCA ONLINE – Ovviamente non sai di qualsiasi argomento; la capacità di scrivere del tema trattato, per te o per un tuo cliente, con competenza, dovrà sottostare ad un lavoro di ricerca di informazioni accurata. Nello scrivere dovrai tenere conto del pubblico di riferimento e farti la seguente domanda: “cosa interesserà ai potenziali lettori?”.

IMPARARE A SFRUTTARE STRATEGICAMENTE I SOCIAL MEDIA – Inutile girarci attorno: finito il lavoro contenutistico, lo si deve supportare con una buona azione di PR online, individuare gruppi e community su Linkedin, Facebook e Google+. Crearsi un network di amicizie più autorevoli possibile ben disposte a darsi una mano reciprocamente. E sfruttare ogni piattaforma sociale al meglio, seguendo le caratteristiche più congeniali alla viralizzazione del contenuto (es. gli hashtag per Twitter, le foto per Facebook, ecc., ci sono migliaia di trucchetti).

DIVENTARE UN BLOGGER – Con il termine blogger si intende una persona capace di: saper utilizzare una piattaforma WordPress (o equipollente), associare immagini pertinenti ai testi, titolare e valutare la notiziabilità di un argomento. Inoltre dovresti saper variare la grafica e il layout in modo da ottenere la massima resa di lettura e condivisione. Questo elemento non è di secondaria importanza: ho visto troppi blog con ottimi contenuti e pessimi template che non favorivano il lettore.

SAPER OTTIMIZZARE IL CONTENUTO IN CHIAVE SEO – A mio avviso, questo è il punto meno importante, a meno che il tuo template non sia stato fatto in modo da bloccare i motori di ricerca e non abbia una struttura adeguata rispetto a ciò che Google richiede. A chi me lo chiede, consiglio sempre di pensare soprattutto ai lettori e curarsi in un secondo momento del posizionamento. Crea una buona base di lettori che ti apprezzerà per i buoni contenuti, il posizionamento verrà da sé.

Il curatore di contenuti è un mestiere in rapida ascesa e il compenso economico varia indicativamente dai 20.000 euro annui per una figura junior a 35.000/40.000 euro per un senior.
In linea di massima, il compenso rispecchia gli stessi livelli di un grafico in una normale agenzia di comunicazione. Per il 37% dei marketer, i blog aziendali sono una sorta di valore aggiunto alla loro comunicazione. L’avere incorporato un blog può generare al sito fino al 55% di visite in più, accrescere fino al 97% di link in ingresso e aumentare il numero di pagine indicizzate del 434%. Questi sono i dati pubblicati dall’azienda inglese Content Plus.

Un blog costantemente aggiornato con notizie e informazioni crescerà di volume, qualità e reputazione e attirerà i lettori che a loro volta ne condivideranno il contenuto. I blog di altri settori si collegheranno al tuo sito aumentandone l’autorevolezza. Le pagine di un blog hanno l’87% in più di link in ingresso rispetto alle pagine statiche del sito e sono il 63% più efficaci per influenzare le decisioni di acquisto. La lettura dei post riesce a generare un atteggiamento positivo verso la marca che dimostrerà di sapere dell’argomento che tratta. Il blog aumenta l’efficacia delle strategie di marketing sui social media e sfruttandolo come fulcro, nelle comunicazioni sociali, può essere utilizzato per misurare l’efficacia del ritorno e nella generazione di contatti.

Content marketing: un modo di creare e condividere contenuti per promuovere un’idea, coinvolgere un pubblico e spingerlo a compiere l’azione. Si tratta di un approccio integrato e mirato al marketing, che ha al centro contenuti di qualità.
Il content marketing aumenterà la tua visibilità e reputazione, facendo percepire il tuo valore. E’ il miglior modo per aumentare le possibilità di ottenere lavoro, contatti e proposte.

Il tuo nome è il tuo marchio

Dovrai tendere a separarti dalla massa senza nome, costruendoti un’identità distinta, distinguibile e promuovendo il tuo nome attraverso una strategia su tutti i media che andrai ad adottare. La strategia è fondamentale perché dovrai porti un obiettivo o più obiettivi e lavorare per realizzarli:

  • Fissa target realistici, come: aumentare le visite al blog o ottenere un certo numero di condivisioni e conversazioni
  • Trova la tua nicchia: se hai una particolare idea politica o un settore professionale in cui vuoi importi cercando di parlare e soprattutto raggiungere il tuo pubblico naturale
  • Individua le piattaforme sociali più adatte. Guarda l’attività all’interno di questi social per determinare se sono appropriati alle tue esigenze e se ci sono gruppi o community di cui fare parte con i tuoi contributi
  • Interagisci con gli influencer del settore. Scoprirai velocemente che anche per il tuo campo esistono persone più in vista e dalla grande visibilità. Se riuscirai nel tempo a farti apprezzare e interagire con essi, ti sarà più semplice accrescere la fama e la stima verso il tuo operato e i tuoi contenuti.

Un’immagine riconoscibile

Hai capito che il contenuto sarà l’arma per poter creare interesse verso te o la tua azienda, quindi veniamo al secondo ingrediente della ricetta della visibilità in rete: la tua immagine!
So benissimo che non ci si dovrebbe mai fermare alle apparenze, ma purtroppo sono loro a dettare legge. Per l’azienda è più semplice: di solito, l’immagine con cui farsi riconoscere è il logo, alcuni ne hanno di terribili ma se lo studio grafico che l’ha creata è fatto da gente serie e preparata, si avrà a disposizione qualcosa che è già riconoscibile e che fa parte di tutta l’immagine coordinata che fornitori e clienti sanno distinguere a prima vista.
La cosa è diversa se sarai tu a metterti in gioco con una operazione di personal branding per aumentare la tua reputazione in rete. In questo caso l’immagine è la tua immagine, è una delle poche cose che, almeno all’inizio, si ricorderanno di te. La tua foto è la cosa che rimarrà in memoria maggiormente. A un head hunter distratto oppure a un manager frettoloso nel valutare fornitori, collaboratori o consulenti con buona percentuale, quello che gli rimarrà impresso di te passerà attraverso la tua foto.
Ho migliaia di professionisti collegati a me su Linkedin e ogni volta mi stupisco dell’unica immagine consentita a corredo del profilo. Alcune di esse sono veramente incredibili: c’è chi posta la foto vestito da crociato (immagino sia stata fatta ad una rievocazione storica), chi la foto del cane o gatto di famiglia, chi posta la foto del figlio oppure una divertente polaroid scattata quando era bambino sporco di cioccolata, alcuni monumenti storici e simboli di partito; oppure simboli contro la caccia, per la pace, contro la guerra, per la legalizzazione delle droghe leggere e altre amenità inqualificabili.
Non servono particolari sforzi artistici: si tratta di una foto sola che ritrae in primo piano, magari in giacca e cravatta (per gli uomini), mentre le donne hanno qualche libertà in più, ma non troppe e mi raccomando senza occhiali da sole.
Nella foto dovrai apparire sorridente, ma non troppo e trasmettere sicurezza e simpatia (per quanto è possibile).
Alcune eccezioni sono consentite: chi fa un lavoro creativo, oppure basa il suo personale branding su un’immagine particolare già riconosciuta in altre piattaforme o blog potrà riproporla in modo da essere subito riconoscibile. Alcuni non mettono la foto: se sei preoccupato per la tua privacy, allora il web non fa per te.

Oltre alla foto serve anche una bio

E’ stato scritto tanto su come aumentare il numero di fan follower e seguaci sulle varie piattaforme sociali.
Una delle componenti primarie che fa sì che gli utenti siano invogliati a seguirci è la “bio”, quei pochi caratteri che dovrebbero rappresentarci e che sono sempre troppo pochi per dire tutto quello che vorremmo. Tanto pochi ma tanto fondamentali per dare la prima impressione di noi stessi e di cui non siamo mai stati appagati. La mini bio la troverai su Twitter, Instagram e una cosa simile chiamata “titolo” sotto il tuo nome in Linkedin. Dovrai farti bastare 160 caratteri per spiegare in modo sintetico cosa stati facendo, oppure chi sei.

Alcuni consigli su cose da evitare assolutamente:

  • Non scrivere come un adolescente, i caratteri sono pochi ma abbastanza per scrivere parole senza inutili abbreviazioni
  • Cercare il più possibile di evitare di scrivere cose esagerate come “sono il guru del web” o “il migliore pizzaiolo di Napoli”, specie se non è vero. Verresti preso per spammer
  • Non lasciarlo vuoto. Potrebbero pensare che non hai idee
  • Sfidare chi inciampa nel tuo profilo con frasi tipo: “seguimi se hai il coraggio”, sono simpatiche ma otterrebbero l’effetto contrario
  • Non è il luogo giusto in cui scrivere citazioni famose
  • Non copiare le bio di altri, magari leggi quelle dei personaggi che più ti piacciono per ispirarti, ma non fare copia e incolla

Ricordati che alla gente piace seguire tre tipi di account:

  • Chi ha interessi simili
  • Quelli da cui possono imparare qualcosa
  • Persone famose o fonti di notizie

Cosa scrivere nella bio

Vediamo cosa scrivere per attirare un pubblico giusto per te. La tua professione, se ti occupi di vini o di automobili dovrai inserire un riferimento a questi settori. Inserire le aree di competenza professionali è sempre una buona cosa: “esperto CAD”, “progettista elettrico” o “giornalista” sono alcuni esempi.
Usa anche aggettivi per rinforzare la comunicazione e allontanare la freddezza delle bio asettiche, ad esempio “blogger entusiasta” o “chef curioso” per far percepire che non lavori solo per i soldi.
Successivamente, se rimane spazio, puoi aggiungere qualcosa di personale come “con l’hobby della fotografia” o “amante delle auto d’epoca”. Questo ti farà percepire in modo più caldo. Ricordati che le parole chiave sono importanti e che molti ti troveranno in base a quello che scriverai, ma cerca di non abusarne, perché l’effetto che otterrai sarà di farti trovare ma non farti seguire.

Mescolate, mescolate, qualcosa resterà

Un tempo si chiamava “sincretismo”. Oggi si potrebbe chiamare “mash-up”. E’ il vortice degli ibridismi, delle mescolanze, delle contaminazioni, delle fusioni. Non solo delle fonti, ma anche dei linguaggi e dei contenuti. La rete è anche questo capogiro, questa Babele, un regno dell’eccesso e delle franchigie, ma anche una potente energia che scardina sistemi e conservatorismi, e che – con una sorta di illusione faustiana di eternità – dissemina frammenti eternamente manipolabili e rinnovabili. Il brano che segue è tratto dall’introduzione del libro “Blog Notes. Guida ibrida al passato presente” di Piero Gaffuri, pubblicato da Lupetti-Editori di Comunicazione, con prefazione dell’antropologo francese Marc Augé.

blog notesdi Piero Gaffuri

L’epoca delle scoperte geografiche è finita ma c’è un territorio nel quale la dimensione spazio temporale è pressoché illimitata, che consente nuovi generi di ricerche e permette agli esploratori di ottenere sorprendenti risultati, questo ambito innovativo è Internet, la rete. Internet non è semplicemente un’architettura tecnologica ma un ambiente sociale ricco di contenuti che aumentano ogni giorno di numero e volume. Un’evidenza non ancora nota a tutti.
A questo proposito mi piace raccontare cosa è accaduto mentre ero alla ricerca dell’editore del mio ultimo libro Webland, dalla televisione alla metarealtà. Avevo inviato le bozze a numerose case editrici che, a mio parere, potevano essere interessate alla pubblicazione. Molti hanno cortesemente risposto che il testo non rispondeva ai requisiti della loro linea editoriale, altri, invece, non hanno risposto affatto. Un editore ha dato una risposta singolare: non poteva pubblicare il libro perché non disponeva di una collana di informatica.
Questo episodio la dice lunga su quanto peso abbiano i luoghi comuni anche negli ambienti che dovrebbero essere culturalmente più attrezzati. Sarebbe sufficiente cercare la parola Internet su Wikipedia: “Internet (contrazione della locuzione inglese interconnected networks, ovvero reti interconnesse) è una rete mondiale di reti di computer ad accesso pubblico, attualmente rappresentante il principale mezzo di comunicazione di massa, che offre all’utente una vasta serie di contenuti potenzialmente informativi e servizi”.GAFFURI

Limitare Internet all’informatica sarebbe come limitare la radio alla modulazione di frequenza, il cinema al nastro di triacetato di cellulosa, la televisione alla diffusione e trasmissione del segnale dimenticando che sono tutti mezzi di comunicazione di contenuti.

E’ vero comunque che negli ultimi anni Internet ha subito notevoli trasformazioni, tecnologiche e contenutistiche e non è stato facile seguirne le dinamiche evolutive visto che sono avvenute in tempi molto ristretti.
La stima di Nielsen sul numero di blog pubblici esistenti al mondo nel 2011 era di centocinquantasei milioni, i siti web sono attualmente seicento milioni e gli indirizzi Ip quasi un miliardo, considerando che la popolazione della terra è di circa sette miliardi di individui si ha presto un’idea di come sia aumentata in pochi anni la diffusione della rete.

Questo gigantesco sistema di connessioni, che si alimenta di continuo di immagini, informazioni, contenuti, andando a costituire un enorme magazzino di memoria e cultura globale, ha un forte impatto sulla dimensione simbolica della contemporaneità. In primo luogo perché consente a tutti di fruire di contenuti, in parte liberi, ma soprattutto di produrli, permette quindi di partecipare alla nuova dimensione mediatica, senza essere intermediati, rende possibile forme di espressione illimitata.

Michel Maffesoli, giunge a sostenere, ricordando Lèvi-Strauss, che si possa parlare di un’astuzia della tecnica: “Si può pensare, ecco cosa potrebbe essere l’ordine simbolico postmoderno, ad un’astuzia della tecnica che cortocircuita la dominazione tecnocratica (…), punto di reversione in cui si esprime la sinergia tra l’arcaico e lo sviluppo tecnologico”.
La tecnica che riscopre la sua origine greca, τέχνη (tekhnē), arte, nel senso di saper fare e, in questo nuovo contesto, mette il saper fare in stretta combinazione con la capacità di usare la rete, quindi leggere e pubblicare. Non so quanti post siano stati pubblicati lo scorso anno o quanti upload di video vi siano stati, credo comunque un numero molto elevato.

Una cosa è certa, non è possibile rimanere indifferenti all’intensità di questi processi, tanto meno sotto il profilo dello sviluppo e della diffusione dei contenuti culturali.
Impossibile sottrarsi al cortocircuito, un generale movimento ove si assiste al mescolarsi di tensioni e tendenze, perché il motivo dominante della rete è il mash up, l’ibridazione di forme e contenuti, un andamento centrifugo che riduce le distanze, anche trasformando la tecnica in arte e l’arte in un processo che descrive il passaggio.
internet_e_banda_larga__italia_sotto_la_media_1949Questa la ragione per cui le pagine che seguono sono nate in rete e oggi diventano un libro, un modo originale di invertire l’abituale linearità dei comportamenti.
Chiunque può trovare, leggere, copiare, sfruttare, ridurre, ampliare a suo piacimento il contenuto dei paragrafi di buona parte di questo libro, basta aprire la pagina del mio blog e fare un copia e incolla.

Ma è proprio nella precarietà che essi trovano il senso e la ragione della loro presenza, perché rappresentano storie di vite dedicate all’arte, alla musica, alla letteratura, al pensiero e i pezzi, i frammenti dell’esperienza hanno valore solo quando vengono fatti propri da altri, in qualche caso metabolizzati. Inoltre si scopre che gli artisti più innovativi del recente passato e del presente manifestavano ed esprimono forti tendenze all’eclettismo, al mescolamento degli stili e degli spunti, infatti vi sono pittori cineasti, musicisti pittori, pittori poeti o poeti pittori e vi sono persone che confondono le loro identità al punto tale da non essere riconoscibili.

Il mescolamento, il mash up consente la sovrapposizione delle categorie, l’annullamento degli specialismi, mettendo in discussione l’organizzazione del lavoro tecnocratico, inclinando il piano dell’apollineo verso il dionisiaco, dando voce agli spazi dell’eccesso dentro la prigione del progetto. Ne emerge un quadro singolare, nel quale sono i lettori, gli utenti a definire le priorità, e attraverso questa scelta a costruire la scansione dei paragrafi, i capitoli, a dare significato al testo.
E non è un caso, in un’epoca contrassegnata dallo sviluppo scientifico e tecnologico, sia la Natura a tornare al centro dell’interesse, una natura originaria necessariamente liberata dai vincoli delle necessità umane, un ecosistema verso il quale adesso riversiamo amore senza paura di provare dolore, capace quindi di nutrire le arti, i sensi, le coscienze, la vita.

Oltre la Natura emerge l’interesse verso la condivisione delle arti, meglio un appropriarsi degli elementi fondanti delle arti, che non sono più vissute come lontane, limitate ai giochi di una élite sofisticata ma socialmente condivisibili e utilizzabili, partecipabili e non solo sotto l’aspetto della fruizione.
La riscoperta delle emozioni si coniuga con la voglia e la necessità di liberarsi dalle convenzioni, dal grigiore del piano di vita e dai suoi passaggi obbligati dettati dai consigli ragionevoli delle esperienze pregresse.
L’erba dei giardini dell’eccesso prova a diffondersi, a uscire dai confini, a superare gli steccati invadendo campi innaturalmente ordinati, un’energia endogena che per contagiare non comunica ma sfrutta processi e andamenti di contaminazione naturale, un morbo buono che si trasmette anche imitando la bellezza.

I precedenti sistemi di comunicazione distribuivano gli stessi contenuti, nel medesimo modo e a orari prestabiliti, in rete invece assistiamo a processi di disseminazione che seguono andamenti stocastici, non è l’interesse del produttore a dettare il tempo e il modo della diffusione ma il fascino dell’utilizzazione.
Il principio attivo quindi non è più semplice fruizione bensì la comunione: condivisione comunitaria del contenuto.
E’ per questa ragione che un contenuto pubblicato da tempo viene improvvisamente notato, visitato e condiviso. Una mostra, una conferenza, un componimento, chissà? Essenziale che il contenuto sia fatto proprio, riveli un’insita effervescenza e l’innata tendenza a diffondersi.

Non posso sapere quale sarà il destino del mio blog, certamente per ora continuerò, poi, un giorno, come tutte le cose avrà fine, ma le sue note rimarranno in rete, in paziente attesa di una spinta, di un alito di vento che possa liberare frammenti di testo e di scrittura.
La mia speranza è che i testi, i frammenti fungano da stimolo per inventare qualcosa di nuovo o più semplicemente per decorare una maglietta. “Internet potrebbe essere il luogo in cui, grazie ai siti comunitari, ai forum di discussione, ai blog, orkut e social network, si diffondano i diversi saperi, i movimenti di ribellione, le manifestazioni spontanee (flash mob), gli scambi commerciali, erotici, religiosi e filosofici” (Michel Maffesoli, Matrimonium. Breve trattato di Ecosofia).

Quindi un nuovo modo di navigare e scoprire un nuovo mondo, nel quale possiamo avere l’incredibile opportunità di rovesciare i paradigmi del vecchio, evitando accuratamente di commettere errori quando cercheremo di dar vita a forme alternative di comunicazione e di socialità.

Piero Gaffuri, scrittore ed esperto di new media, è amministratore delegato di Rai Net.

Il suo blog è: themadjack.com