Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l'Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo
Perugia, 09 dicembre 2019  

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Jacob, un fotogiornalista a piazza Maidan

“Se a dicembre quello che mi aveva attratto era stata la totale partecipazione delle persone, la grande speranza che le cose potessero cambiare, quando sono tornato a febbraio la situazione era completamente diversa, tesa. Tutti i dimostranti, a quel punto, andavano in giro col passamontagna, il giubbotto antiproiettile. L’entusiasmo lasciava spazio alla vocazione al martirio”.

di Laura Aguzzi

Assistere alla Storia, quella con la s maiuscola, mentre avviene. Osservare l’innescarsi degli eventi, i cambiamenti, le emozioni e le delusioni di una nazione in lotta con il proprio destino. Può succedere, quando si è reporter di professione. Ma con i tempi della produzione mediatica odierna le permanenze si accorciano, l’esperienza umana viene meno, anche quando si coprono eventi di grande rilievo internazionale e di lunga durata. Si arriva in un posto e si fa una cronaca sulla base di quegli elementi che si riescono a trovare nei pochi giorni, a volte nelle poche ore, di permanenza. In mezzo a questo scenario, in cui i grandi reportage che hanno reso famosi giornalisti come Kapuściński, Fallaci o Terzani sarebbero oggi impossibili da realizzare, c’è ancora chi prova a fare questo mestiere in maniera diversa. Certamente con difficoltà e precarietà. Ma scegliendo di raccontare la complessità, aldilà delle immagini riprese a livello globale, che troppo spesso nascondono i volti degli individui dietro quelli della massa.

Jacob Balzani Lööv

Jacob Balzani Lööv – Credits: Amin Musa

Jacob Balzani Lööv, fotogiornalista e scrittore, ha osservato la rivoluzione ucraina fin dal suo incipit. In quest’intervista, realizzata mentre si trovava a Kiev a fine marzo, ci racconta cosa ha visto e che impressione ha ora di un paese sull’orlo di una guerra civile. Jacob tu hai avuto modo di seguire gli avvenimenti in Ucraina a più riprese fin da novembre. Qual è stata l’impressione che hai avuto quando sei andato lì la prima volta? La prima manifestazione che ho visto era molto pacifica e in buona parte era anche depoliticizzata. C’erano molti studenti e poteva sembrare una nostra manifestazione in Italia. C’era un grosso supporto della popolazione ma non sembrava paragonabile a quello della Rivoluzione Arancione del 2004. Quando ho lasciato Kiev pensavo che sarebbe finita lì. Invece era solo l’inizio. Quando è iniziata a cambiare la protesta? Il fattore scatenante è stato il pestaggio degli studenti a piazza Maidan, proprio sotto la colonna, la notte del 30 novembre. È stato questo che ha fatto arrivare gran parte della gente in piazza e li ha fatti arrivare per rimanere. Se all’inizio si chiedeva solo una ristrutturazione del trattato di collaborazione con l’Unione Europea, da lì in poi si è iniziato a chiedere le dimissioni del presidente Viktor Yanukovych. Diversi gruppi sono arrivati in piazza, anche tante persone con un’esperienza militare, ad esempio veterani dell’Afghanistan o addirittura dell’Angola.

Tre giovani scherzano all'interno dell palazzo occupato delle "Trade Union"

Tre giovani del 14emo gruppo di auto-difesa di Maidan scherzano nella Casa dell’Architettura

Com’era stare in piazza in quei giorni? La cosa bella di essere in piazza all’inizio di dicembre era vedere la spontaneità, la voglia di tutte le persone di poter dare il loro contributo verso il successo di Euromaidan. C’era una grande partecipazione. Fino al giorno in cui Yanukovych ha accettato questo patto con la Russia per ricevere 35 miliardi di dollari. È stato allora che ho visto la maggior parte delle persone perdere la speranza che si potesse raggiungere un risultato. E quindi si è radicalizzato il confronto? È diventato più politicizzato. Più le persone decidevano di rimanere in piazza più perdevano il loro posto di lavoro e c’era una forte paura che il governo avrebbe perseguitato chiunque continuasse a manifestare. E questo piano piano si è amplificato fino a quando in gennaio il governo ha fatto varare una serie di leggi contro chiunque si trovasse in piazza. A quel punto sono arrivati gli scontri di Hrushevskoho Street, dove sono stati uccisi i primi manifestanti.

Dimostranti in via Instituzkaya, sotto l'hotel Ucraina, aiutano nonostante la presenza di cecchini a spostare la pavimentazione di piazza Indipendenza per costruire muri di difesa

Nonostante la presenza di cecchini i dimostranti, sotto il Palazzo d’Ottobre, collaborano per costruire muri di difesa via Instituzkaya

Il giorno dei cecchini tu eri in piazza, cos’hai visto? Quello che mi ha colpito di quel giorno che poi è stato anche quello che ho fotografato è stata questa partecipazione collettiva, quasi un evento biblico. C’era il pericolo che sparassero ad altre persone, nessuno sapeva dove fossero i cecchini e nonostante questo la piazza era piena, tutti si davano da fare per spostare le pietre e trasportarle nella piazza dove stavano costruendo dei muri, c’era una catena umana di persone e vedevi questi muri ergersi quasi in tempo reale davanti ai tuoi occhi. Tu che impressione hai avuto della copertura che i media italiani e stranieri hanno dato della rivoluzione? Non c’è stata subito una grande attenzione, soprattutto nella parte più pacifica della rivoluzione, che secondo me era anche la più bella. La gran parte dell’attenzione è arrivata dopo gli scontri in Hrushevskoho Street e poi quando molti manifestanti sono stati uccisi dai cecchini. E sei riuscito a capire un po’ qual è stata la copertura da parte dei media ucraini? Qui in Ucraina, la lotta è stata giocata tantissimo dai media fin dall’inizio. Prima erano le televisioni di Yanukovych contro le televisioni non di Yanukovych. Adesso sono le televisioni russe contro le televisioni ucraine. Poi, oltre alle grandi reti, ci sono anche tanti media locali. Da questo punto di vista penso che la rivoluzione sia stata coperta in maniera eccezionale. C’era tantissima gente sempre a filmare qualsiasi cosa succedesse: c’è una registrazione di tutto quello che è accaduto. Io sono stato ospite di due professori ucraini e loro guardavano ininterrottamente sul computer in streaming tutto quello che accadeva in piazza, che veniva passato ininterrottamente da novembre fino alla fine e ancora adesso. Certo c’era una grande differenza tra le notizie di Kiev e quello che dalla capitale arrivava verso le campagne. Ed è anche per questo che ho deciso di andare nell’est dell’Ucraina: per capire cosa filtrasse, quale fosse la partecipazione nel villaggio della prima vittima da arma da fuoco delle manifestazioni, Serhiy Nigoyan. Chi era quest’uomo? Serhiy Nigoyan era uno studente. Aveva 20 anni ed era di origini armene. I genitori erano scappati dall’Armenia nel 1991 durante il conflitto del Nagorno-Karabakh e si erano trasferiti in Ucraina, in questa regione prevalentemente agricola. Tu sei andato a casa sua… Si, sono andato a Bereznuvativka, il suo piccolo paese. È vicino a Dnipropetrovsk, la campagna ucraina, a 500 km da Kiev. Si tratta di una di queste città segrete in cui era molto difficile avere accesso ai tempi dell’Urss, perché lì venivano costruite testate nucleari. E lui è venuto dall’est dell’Ucraina per manifestare contro il governo di Yanukovych? È venuto in piazza dopo il pestaggio degli studenti da parte delle forze speciali di polizia. Come tanti non poteva più restare a vedere quello che succedeva in televisione ma doveva prendere una posizione attiva. Per cui ha deciso di venire in piazza ed è rimasto quasi tutto il tempo a manifestare; è tornato a casa solo per un breve periodo, durante il capodanno ortodosso.

Un cantante intrattiene una dimostrazione a supporto del partito di  Yanukovich a Dnepropetrovsk

Un cantante intrattiene una dimostrazione a supporto del partito di Yanukovych a Dnipropretovsk

Ti sei accorto che nell’est dell’Ucraina c’era una realtà diversa rispetto a Kiev? L’est dell’Ucraina è piuttosto vasto. Oltre alla Crimea, che è particolarmente filorussa, ci sono anche le regioni di Donetsk che hanno sempre supportato Yanukovych. L’Ucraina dell’est è molto più industrializzata, essenzialmente perché lì c’erano giacimenti di carbone e sono state costruite fabbriche anche prima dell’invasione sovietica. Quest’industrializzazione è poi aumentata, trasformando quest’area in una zona di immigrazione dal resto del paese, prevalentemente rurale e quindi più povero. Nel mio viaggio ad est ho cercato di incontrare persone che la pensassero diversamente dai manifestanti, persone che supportassero Yanukovych e ho scoperto che la realtà è complessa. Ci sono persone che supportano il Partito delle Regioni (ndr quello di Yanukovych) perché garantisce maggiore stabilità al paese. Oppure ci sono tante altre persone che, pur in disaccordo con il governo, sono contrari all’occupazione della piazza: secondo loro si sarebbero dovute aspettare le prossime elezioni per cambiare il potere. E le accuse piovute da molti media? In molti hanno detto che le manifestazioni si stessero trasformando in un movimento fascista, razzista? Cosa ti è sembrato di questo racconto? Cercare di far passare questa dimostrazione come una manifestazione fascista o neonazista è stato fatto soprattutto dai media russi e più tardi da altri media occidentali. A dire il vero croci celtiche e simboli neofascisti io ne ho visti fin dall’inizio. In effetti, quello che ha tenuto insieme questi gruppi nella piazza è stato il nazionalismo. Ma il fatto di essere nazionalisti non significa automaticamente essere di destra, perché ci sono dei gruppi che sono riconosciuti come nazionalisti di sinistra, penso ad esempio all’ETA nei Paesi Bassi o Sinn Féin in Irlanda. Mi è sembrato che la composizione della piazza venisse trattata in modo abbastanza superficiale. Gruppi di destra ci sono, gruppi neonazisti ci sono. Ma è una piccola parte della piazza. Per la maggioranza delle persone con cui ho parlato non sono loro il problema principale, quanto piuttosto il rischio di invasione da parte della Russia. Solo in secondo luogo c’è la preoccupazione di riuscire a inquadrare questi gruppi di estrema destra, che hanno preso delle posizioni di potere nel governo. Qual è stata la reazione all’occupazione della Crimea? La vogliono indietro? No, però c’è paura che succeda qualcosa nell’est dell’Ucraina. Tutta l’attenzione, quella che doveva essere per la lotta alla corruzione, per costruire un governo migliore e per entrare in Europa è stata depistata verso la guerra. Tutti adesso pensano esclusivamente alla possibilità che si entri in guerra e tutte le decisioni di politica interna sono state lasciate un po’ da parte in questo momento, il che, vista la situazione economica dell’Ucraina, non è un fatto positivo.

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Reclute della guardia nazionale, facenti parte dei gruppi di autodifesa di Maidan, si allenano a Novvi Petrivsi

Tu hai seguito un gruppo di ragazzi e la loro esperienza della rivoluzione. Com’è il clima adesso tra di loro, cosa si aspettano? Ho seguito un gruppo di ragazzi che sta formando un gruppo di autodifesa: frequentano un corso nella guardia nazionale e imparano a usare per la prima volta delle armi vere. In tanti sono pronti a condurre una guerra partigiana nel caso in cui ci sia un’invasione dell’Ucraina da parte della Russia…niente di molto promettente! Quanti anni hanno questi ragazzi? Ci sono delle donne? I ragazzi che fanno il corso per la guardia nazionale sono per lo più uomini. La maggior parte ha vent’anni adesso: è la prima generazione nata al di fuori dell’Unione Sovietica, in uno stato ucraino indipendente. Sono le prime persone che crescono in Ucraina senza ricevere un’istruzione di tipo sovietico. Ma stando sul campo hai avuto l’impressione che la protesta fosse manovrata? Dal campo è difficile da vedere! Io posso dire se le persone erano spontanee in quello che facevano e certamente lo erano e lo sono ancora! Però indubbiamente c’è sempre qualcuno che cerca di trarre vantaggio dalla situazione, cerca di manovrare a proprio favore quello che sta succedendo. E tu come cerchi di raccontarlo il conflitto? Io ho sempre cercato di raccontarlo dal punto di vista delle persone, di trasmettere l’emotività e la partecipazione che c’era all’interno della piazza. Un giorno a un picchetto di una stazione televisiva ho incontrato una ragazza con un passamontagna: si vedeva solo questa treccia rossa che usciva sotto il berretto, lo smalto rosso sulle unghie. Le ho chiesto se potevo intervistarla il giorno dopo e lei il giorno seguente è arrivata vestita da studentessa, con dei vestiti normalissimi: non sarei riuscito a riconoscerla! Parlando abbiamo discusso delle differenze tra le proteste di dicembre e di febbraio: io le raccontavo il mio stupore di fronte al cambiamento e lei mi confermava che l’entusiasmo e la voglia di cambiamento c’erano ancora ma bisognava ormai cercarle sotto i passamontagna. È un’idea che continuo a coltivare, perché voglio vedere come sia possibile il passaggio da un tipo di dimostrazione pacifica a un tipo di dimostrazione violenta, in cui questi ragazzi hanno iniziato a coprirsi il volto, indossare un giubbotto antiproiettile e andare in giro armati con dei bastoni.

Istantanee delle rivoluzioni moderne

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Una manifestazione di protesta in Piazza Taksim a Istanbul

di Luca Garosi

Manifestazioni di piazza, scioperi, cortei e marce: le immagini che sono arrivate dall’Ucraina negli ultimi giorni da Maidan, la piazza cuore delle proteste che hanno portato al cambio di potere a Kiev, sono solo le ultime di una lunga serie.

In un’altra parte del mondo, molti Paesi del nord Africa e del Medio Oriente, dal 2010 ad oggi sono stati teatro di rivoluzioni, più o meno violente, ma che hanno portato a profondi cambiamenti.

Forse troppo frettolosamente, questi moti di rivolta sono stati chiamati “Primavera araba”, anche perché, a distanza di anni, poco sembra essere cambiato e in alcuni Paesi si continua a manifestare per chiedere diritti e cambiamenti.

E’ il caso dell’Egitto, dove nel 2011 il presidente Hosni Mubarak fu costretto a lasciare il potere che deteneva ininterrottamente dal 1981. Le proteste di Piazza Tahrir al Cairo, dove si erano radunati decine di migliaia di manifestanti, portarono a nuove elezioni. Mohamed Morsi, eletto presidente della Repubblica, è rimasto in carica soltanto un anno: è stato deposto e messo agli arresti domiciliari dall’esercito che ha preso, di fatto, il potere nel Paese.

A tre anni dalle dimissioni di Mubarak il Paese deve ancora fare i conti con battaglie nelle strade, attentati e attacchi nel Sinai.

Per non parlare della Siria, dove è in corso – dal 2011 – una vera e propria guerra civile tra i sostenitori del presidente Bassar al-Assad e i ribelli che chiedono la sua destituzione.

Nel 2013 le proteste arrivano anche a Istanbul, piazza Taksim da luogo principale dello shopping, centro di interesse turistico e ricreativo si trasforma nel simbolo della protesta contro il premier Erdogan e la sua scelta di demolire il vicino Gezi Park per costruire un centro commerciale.

Mattia CacciatoriTra i tanti giornalisti internazionali presenti in Turchia c’era anche un giovane fotoreporter italiano di 25 anni, Mattia Cacciatori.

Il giovane fotografo ha scelto di prendere in mano una macchina fotografica e cercare di raccontare il mondo, soprattutto le zone colpite dalla piaga della guerra e le aree di crisi. È partito nel 2009 per la Mongolia dove ha realizzato un reportage di viaggio, l’anno successivo è stato in Kenya e Tanzania, poi in Ecuador. Più recentemente ha realizzato reportage dalla Giordania, da Israele e dalla Striscia di Gaza.

Nel luglio 2013, il fotoreporter veronese venne arrestato mentre riprendeva la polizia turca che disperdeva i manifestanti a Gezi Park.  «Sabato sera – raccontò subito dopo la sua liberazione – hanno arrestato 59 persone di tutte le classi sociali, di ogni etnia, sesso o religione. Nella mia cella eravamo 14 persone in 16 metri quadrati».

Al suo rientro in Italia, Cacciatori confidò: «Partirei domani mattina se ne avessi la possibilità, purtroppo – però – non posso tornare in Turchia per un anno. Il movimento di protesta in Turchia ha molto da insegnare su cosa è la democrazia oggi. Tutto il mondo dovrebbe capire i motivi di quella rivolta».

Nonostante l’arresto è riuscito a salvare le foto delle manifestazioni e degli scontri con la polizia turca. «Migliaia di persone hanno preso parte alle dimostrazioni contro il governo di Erdogan – scrive Mattia Cacciatori nell’introduzione al suo fotoreportage -. La polizia ha arrestato, sparato lacrimogeni, acqua chimica e proiettili di gomma. Gli scontri proseguono e contemporaneamente la vita della città non si ferma mai. I bar e le discoteche si riempiono. L’alcool e le droghe dilagano tra i ragazzi come sempre, come se non si stesse combattendo a poca distanza. Cosa significa fare una rivoluzione? Per che libertà, per che democrazia si sta lottando?».

Ecco il fotoreportage realizzato da Mattia Cacciatori In Turchia:

Nel dicembre 2012, Cacciatori era a Gaza e ha potuto ritrarre il 25° anniversario di Hamas, il controverso movimento palestinese che non riconosce alcuna legittimità allo Stato di Israele (controverso nella stessa storia dei movimenti palestinesi e nelle stesse dinamiche di rappresentanza e di lotta politica per l’affermazione delle sovranità palestinesi). Hamas ha un vasto sostegno popolare ma è considerata un’organizzazione contaminata dal terrorismo da gran parte del mondo occidentale, Unione Europea compresa. «Circa 200.000 persone nelle strade della città – racconta Cacciatori – per celebrare l’anniversario, per acclamare Hamas e i suoi leader. Khaled Meshaal, il leader massimo del partito, parla dal palco nel parco di alKatiba. Soldati sorvegliano e pattugliano le strade e i palazzi. Ci sono donne, bambini, anziani, gruppi di sostegno che arrivano dall’estero».

Il fotoreporter si trova nel ribollire della piazza e a dare un’idea di quel ribollire non ci sono solo le scene dell’adunanza,  le divise paramilitari, i vessilli o il ritratto della faccia disperata e iraconda di un vecchio palestinese ma, forse più di tutte, c’è anche quell’istantanea apparentemente “normale” in cui un bimbo imbraccia un mitragliatore.

Questo il fotoreportage realizzato a Gaza:

Il fotoreporter veneto, nel mese di dicembre 2013, ha svolto un seminario alla Scuola di giornalismo di Perugia. Nell’occasione è stato intervistato da una dei 24 praticanti.