Centro Italiano di Studi Superiori per la Formazione e l'Aggiornamento in Giornalismo Radiotelevisivo
Perugia, 21 agosto 2018  

Centro Formazione Giornalismo Radiotelevisivo

Archivio categoria: Notizie

Paolo Mancini

Professore Ordinario di Sociologia delle Comunicazioni presso il Dipartimento di di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Perugia. I suoi interessi scientifici vertono essenzialmente sul rapporto tra sistema della comunicazione di massa e sistema della politica, sullo studio delle campagne elettorali sulle quali ha maturato esperienza di ricerca anche comparativa.

Le sue principali pubblicazioni includono :”Videopolitica. Telegiornali in Italia e in USA” (Torino, ERI, 1985); “Come vincere le elezioni” (Bologna, Il Mulino, 1988), “Sussurri e grida dalle Camere” (Milano, Angeli, 1994); “Politics, Media and Modern Democracy” con David Swanson (New York, Praeger, 1996); “Manuale di comunicazione politica” (Bari, Laterza, 1996); “Una principessa nel paese dei mass media” (Roma; Editori Riuniti, 1998); “Il sistema fragile” (Carocci, Roma, 1998) “Comparing Media Systems” con Dan Hallin (Cambridge University Press, Cambridge, 2004) (tr. it. Modelli di giornalismo, Bari, Laterza, 2004); “Sociologie della comunicazione” con Alberto Abruzzese (Bari, Laterza, 2007).

Nel 2009 ha Pubblicato “Elogio della lottizzazione” (Bari: Laterza) e nel 2011 “Between Commodification and Life Style Politics. Does Silvio Berlusconi provide a New Model of Politics for the Twenty-First Century?” (Oxford, The Reuters Institute for the Study of Journalism).

Suoi articoli sono apparsi in “Theory and Society”, “European Journal of Communication”, “Communication”, “Journal of Communication”, e in diversi volumi collettanei in italiano, spagnolo ed inglese. Ha insegnato in diverse Università europee e statunitensi.

Docente di sociologia delle comunicazioni (1° anno)

Ambrogio Santambrogio

Dal 2009 è professore ordinario di Sociologia presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia, dove dal 2013 è anche Direttore.

Nel 2008 fonda il gruppo di ricerca RILES (Ricerche sul legame sociale), composto da sociologi, antropologi e filosofi che si occupano in maniera interdisciplinare dei temi della solidarietà sociale, dell’universalismo e del cosmopolitismo, di cui è coordinatore scientifico.

Dal 2014 è Presidente del Comitato Scientifico della Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia.
Dal 2014 fa parte del Consiglio scientifico del Centro di Studi Europeo, Università di Salerno.

Fa parte del Collegio docenti del dottorato in Politica, politiche pubbliche e globalizzazione, Dipartimento di Scienze politiche, Università di Perugia.

Ha svolto attività di ricerca presso l’Università di Cambridge (1992, 1993, 2002); la New
York University (2004, 2006); l’Università di Edinburgo (2006, 2007); l’Università di Exeter (2016); l’Università di Inverness (2017).

Docente di Sociologia (1° anno)

Carlo Andrea Bollino

Carlo Andrea Bollino Professore Ordinario di Economia Politica e di Economia Internazionale presso il Dipartimento di Economia dell’Università degli Studi di Perugia.

Professore di Economia dell’Energia all’Università LUISS Guido Carli di Roma.

Visiting Reseacher al King Abdullah Petroleum Studies and Research Center, Riyadh, Saudi Arabia.

Presidente AIEE – Associazione Italiana Economisti dell’Energia.

Dal 2000 al 2005 è stato membro del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), come esperto su nomina del presidente della Repubblica. Dal 2006 al 2009 è stato presidente del GSE (Gestore dei Servizi Elettrici).

Oltre che professore all’Università di Perugia e alla Luiss è docente anche in altre istituzioni, tra cui la Scuola Superiore della Pubblica Amministrazione e alla Scuola Superiore di Economia e Finanza.

Docente del corso “Introduzione all’economia politica” (1° anno)

Enti sostenitori e patrocinatori del Master

Con il sostegno di

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Con il patrocinio di
comune di perugia

 

 

 

 

 

Con il patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo

 

Con il sostegno di Fondazione Ansaldo

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Con la collaborazione di Nexo Corporation

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Giornalisti di oggi: analisti, illustratori, controllori e architetti dell’algoritmo

di Luca Garosi*
(@lucagarosi)

cover-giornalismi-nella-rete«La gente va troppo a scuola e impara a scrivere da sola e poi, si compra anche le macchine fotografiche»: è lo sfogo contro il progresso dello scrivano interpretato da Totò nel film “Miseria e nobiltà” all’amico fotografo. Molti giornalisti oggi sembrano fare come il principe De Curtis: maledicono la tendenza a farsi l’informazione da soli, a ricercare le notizie nel flusso di relazioni che scorre sulla rete. Si rassegnano, così, a un autunno della professione, ipotizzando un declino inesorabile della figura del giornalista.

“Giornalismi nella rete”, il nuovo libro di Michele Mezza, invece vuole essere una specie di manuale di sopravvivenza per il giornalista, un prontuario per capire come guidare i processi tecnologici e non esserne guidati, una guida per far capire ai giornalisti come rimanere protagonisti.

«Internet è un’innovazione sociale e non tecnologica» – Per Mezza il giornalismo «è una lente d’ingrandimento per inquadrare meglio i contorni del futuro tecnologico. Affrontando temi molto pragmatici, a volte anche corporativi, come l’identità e il ruolo del giornalista, ci troviamo a maneggiare questioni vitali per l’intera umanità. È un’opportunità e un’indicazione per il nostro futuro: l’innovazione non va esorcizzata, ma affrontata e radicalizzata per coglierne meglio, e prima di altri, l’essenza». Un processo di innovazione sociale e non tecnologica, come ripete sempre Tim Berners-Lee, il padre del web. Un processo connesso a un cambio radicale di comportamento e di bisogni della società, di cui la rete è la risposta ma non la causa.

Un divorzio e un matrimonio – Ogni 48 ore si raddoppia il volume delle breaking news del mondo. Ma ogni ora che passa vede almeno 25 giornalisti perdere il proprio posto di lavoro. Al tempo stesso fioriscono nuove forme di flussi informativi dove a contare non è tanto il rapporto fra reporter e notizia, quanto quello fra redazione e lettore. Il tema del libro – sottolinea Mezza – è proprio il divorzio fra testimone e giornalista, e il matrimonio fra redattore e lettore: «il giornalista non appare più ineludibilmente sovrapposto al suo lettore, né padrone esclusivo della notizia che diffonde. In virtù di queste nuove relazioni si può essere oggi reporter anche senza essere stato testimone».

giulio_amselmiGovernare l’algoritmo – «Il ruolo dei giornalisti si sta riducendo ed è un bene che scompaiano gli orpelli corporativi del nostro lavoro – scrive Giulio Anselmi nella prefazione del libro -. Ma troppo spesso editori e manager editoriali, di fatto digiuni di molte delle specificità del loro settore, rimodernano il lessico credendo che qualche anglismo basti a ridare vita a vecchie carcasse».

La notizia, spiega Mezza, non è più dominio esclusivo del giornalista, l’informazione non è più un servizio che cade dall’alto, ma è sempre più il frutto di una conversazione fra giornalista e utente. Nel dialogo fra giornalista e lettore si intromette una nuova entità, diversa dai primi due soggetti. Non umana: l’algoritmo. «Se c’è qualcosa che sicuramente ha un’anima è proprio l’algoritmo: non è un meccanismo neutro e induce al suo interno una meccanica di pensiero». Il problema è chi governa l’algoritmo e chi lo deve negoziare. La risposta per Mezza è semplice: sono i giornalisti di oggi che devono essere i veri analisti, illustratori, controllori e architetti dell’algoritmo.

lionel_barber2La cattedrale cede alla vitalità del bazar – Nell’ottobre del 2013 Lionel Barber, direttore del Financial Times prende carta e penna e scrive ai suoi redattori. Una lettera intitolata significativamente “Digital First”, un titolo che l’autore usa anche per un capitolo del libro. Barber chiede ai suoi giornalisti «di cambiare pelle professionale, di vivere come centrale il circuito digitale rispetto a quello che produce il giornale tradizionale per il quale sollecita i suoi redattori a “disancorarsi dalle hard news”».

La notizia diventa un optional, è l’atto della raccolta delle notizie e della loro impaginazione a diventare centrale. « In futuro – scrive Barber -, il giornale cartaceo deriverà dal web e non viceversa. Il nuovo FT cartaceo sarà prodotto da un piccolo team specializzato che lavorerà a fianco di un più folto team integrato e dedicato a tempo pieno al web».

Oltre al libro c’è di più – “Giornalismi nella rete” si legge tenendo un telefonino in mano. «Un libro ipermediale – spiega l’autore – che non si esaurisce nel testo tipografico stampato, ma contiene, su carta, segnali che vi trasportano direttamente nella rete, nel mondo digitale». Si incontrano, infatti, decine di QR code che prolungano il racconto o il ragionamento, proponendo video, fotografie o i documenti originali che sono citati. Basta una semplice App che si può scaricare gratuitamente dagli store dei nostri telefonini.

michele_mezzaMichele Mezza, come giornalista Rai, è stato inviato del Giornale  radio in Urss e in Cina. Nel 1993 ha collaborato al piano di  unificazione del Gr; nel 1998 ha elaborato il progetto di RaiNews 24.

Collabora con diverse riviste e testate. Dirige la comunità web www.mediasenzamediatori.org.
Insegna Culture digitali all’Università  Federico II di Napoli.

*Luca Garosi è coordinatore didattico del Centro di Formazione e della Scuola di Giornalismo di Perugia

Il caso Spotlight, anteprima a Perugia

Lunedì 15 febbraio alle ore 21 Bim Distribuzione presenta l’anteprima de Il caso Spotlight, il nuovo film di Tom McCarthy con Mark Ruffalo, Micheal Keaton e Rachel McAdams, candidato a 6 premi Oscar® e in uscita nelle sale il prossimo 18 febbraio.

Alla proiezione presso il cinema Zenith parteciperanno i praticanti giornalisti della Scuola di Giornalismo radiotelevisivo di Perugia ai quali la Bim Distribuzione ha riservato gli ingressi gratuiti.

Il film sarà introdotto da Dennis Redmont, docente della Scuola di Giornalismo ed ex direttore dell’Associated Press per l’Italia ed il Mediterraneo. Alla fine della proiezione seguirà un dibattito sul film.

 

Cinema Zenith, lunedì 15/02/2016
Spettacolo unico ore 21:00
intero 6,00 euro, ridotto 5,00 euro
Per prenotazioni: 3939007564

 

Cultura, Creatività e Multimediale

In Europa il settore culturale e creativo contribuisce alla crescita economica, all’occupazione, all’innovazione e alla coesione sociale. Rappresenta circa il 4,5 % del prodotto interno lordo europeo e impiega il 3,8 % della forza lavoro (8,5 milioni di persone) (dati Commissione europea, anno 2014).

“L’industria culturale” rappresenta un settore particolarmente importante per l’Italia. La filiera culturale e creativa italiana – comprensiva di industrie culturali e creative, ma anche di quella parte dell’economia nazionale che viene attivata dalla cultura, a partire dal turismo – è un pilastro del made in Italy. Le imprese del sistema produttivo culturale italiano compongono un composito universo fatto di: industrie culturali, industrie creative, performing arts e arti visive, attività legate alla gestione del patrimonio storico artistico e produzioni di beni e servizi a driver creativo.

Dalle 443.208 imprese del sistema produttivo culturale, nel 2014 è arrivato il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia (dati Unioncamere 2015). Qualcosa come 78,6 miliardi di euro (5,4% della ricchezza prodotta in Italia), che arrivano a 84 circa (il 5,8% dell’economia nazionale) se includiamo istituzioni pubbliche e non profit. Ma la forza di cultura e creatività va ben oltre, grazie a un effetto moltiplicatore pari a pari a 1,7 sul resto dell’economia. Una leva che, per ogni euro prodotto dalla cultura, ne attiva ulteriori 1,7 in altri settori. Gli 84 miliardi, quindi, ne ‘stimolano’ altri 143, per arrivare a 226,9 miliardi prodotti dall’intera filiera culturale, col turismo come principale beneficiario di questo effetto volano.

Una ricchezza che ha effetti positivi anche sul fronte occupazione: le sole imprese del sistema produttivo culturale – ovvero industrie culturali, industrie creative, patrimonio storico artistico e architettonico, performing arts e arti visive – danno lavoro a 1,4 milioni di persone, il 5,9% del totale degli occupati in Italia (1,5 milioni, il 6,3%, se includiamo pubblico e non profit).
La cultura e la creatività, inoltre, sono in grado di incentivare le nostre imprese: chi ha investito in creatività (impiegando professionalità creative o stimolando la creatività del personale aziendale) ha visto il proprio fatturato salire del 3,2% tra il 2013 e il 2014; mentre tra chi non lo ha fatto il fatturato è sceso dello 0,9%.

Negli ultimi cinque anni l’export legato a cultura e creatività è cresciuto del 135% (da 30,7 miliardi nel 2009 a 41,6 nel 2013), fino a rappresentare il 10,7% delle vendite oltre confine delle nostre imprese, con un surplus commerciale con l’estero di 25,7 miliardi, secondo solo a quello della meccanica.

Può fortunatamente dunque oramai dirsi acclarato il ruolo della cultura come infrastruttura immateriale capace di generare ricchezza.

Per quanto concerne l’ambito “media”, riguarda l’industria europea dell’audiovisivo e del cinema. Si tratta di investimenti nei settori dello sviluppo, distribuzione e promozione di opere creative.
Incoraggia il lancio di progetti con un‘ampia dimensione europea e l’applicazione di nuove tecnologie digitali; permette ai film e alle opere europee inclusi lungometraggi, fiction televisive, documentari, animazione, opere non lineari e vidoegiochi di viaggiare oltre i confini nazionali ed europei; sostiene attività di formazione continua per i professionisti e gli operatori dell’industria.

In un contesto economico come quello attuale, caratterizzato da una forte contrazione delle fonti di finanziamento, i fondi europei rappresentano un imprescindibile strumento per finanziare la crescita e lo sviluppo strategico delle imprese, delle organizzazioni e degli operatori.

Esistono due tipologie di finanziamenti che arrivano da Bruxelles: i fondi diretti (detti anche “fondi competitivi”) che vengono trasferiti dalla Commissione europea ai beneficiari che partecipano ai bandi aperti dalla stessa commissione; i fondi indiretti (conosciuti anche come fondi strutturali) che sono trasferiti dall’Unione europea alle autorità interne agli Stati (nel caso dell’Italia, le Regioni).

Il Master “Progettazione e accesso ai fondi europei per la Cultura, la Creatività e il Multimediale” diversamente da molti dei corsi presenti sul mercato, offrirà l’opportunità di approfondire le modalità di accesso ad entrambe le tipologie di fondi.

Notizie da Gramsci

cronache_torinesiAntonio Gramsci fu anche un grande giornalista. Prima del carcere tenne una rubrica sull’Avanti intitolata “Sotto la mole” e una regolare rubrica teatrale. Quegli scritti, che sono un esempio di scrittura e di brevità – e che Gramsci, come ogni buon giornalista, avrebbe voluto destinare al cestino dopo la pubblicazione -, sono stati raccolti da Einaudi nelle “Cronache torinesi” (con, in appendice, le cronache teatrali). I temi del giornalismo trovarono spazio anche negli anni della persecuzione fascista. Nei Quaderni del carcere, scritti tra il 1929 e il 1935, Gramsci se ne occupò più volte. Le questioni o, come le chiamava Gramsci, le “quistioni” risentono ovviamente delle generali condizioni in cui versava l’editoria dell’epoca (condizioni anche liberticide e drammatiche, con la censura) e, spesso, si tingono di ideologia e di pedagogia politica. Ma non sono affatto “datate”, conservano anzi una sorprendente attualità.

Gramsci, per esempio, demitizza la “praticaccia” e insiste sulla necessità di insegnare il “mestiere” nelle scuole di giornalismo, anche istituendole nelle stesse redazioni e aprendole a quella che allora, come oggi, veniva denominata “società civile”. Gramsci fissa anche il principio della competenza: un capocronista, dice, dovrebbe essere in grado di amministrare una città, come un corrispondente dall’estero, a differenza dell’inviato o (come lo chiama Gramsci) del “corrispondente viaggiante”, dovrebbe conoscere il paese che lo ospita al punto da poterne scriverne subito un libro.

gramsci300Gramsci entra persino nei dettagli tecnici: detesta i titoli del tipo “brevi cenni sull’universo” e spinge per l’introduzione della divulgazione scientifica nei giornali. I brani che seguono sono tratti dai “Quaderni del carcere” nell’edizione critica dell’Istituto Gramsci pubblicata in quattro volumi da Einaudi.

di Antonio Gramsci

Scuole di giornalismo

Nella Nuova Antologia del 1° luglio 1928 è pubblicato, con questo titolo, un articolo di Ermanno Amicucci, che forse in seguito è stato pubblicato in volume con altri. L’articolo è interessante per le informazioni e gli spunti che offre. E’ da rilevare tuttavia che in Italia la quistione è molto più complessa da risolvere di quanto non paia leggendo questo articolo ed è da credere che i risultati delle iniziative scolastiche non possano essere molto grandi (almeno per ciò che riguarda il giornalismo tecnicamente inteso: le scuole di giornalismo saranno scuole di propaganda politica generale). Il principio, però, che il giornalismo debba essere insegnato e che non sia razionale lasciare che il giornalista si formi da sé, casualmente, attraverso la “praticaccia”, è vitale e si andrà sempre più imponendo, a mano a mano che il giornalismo, anche in Italia, diventerà un’industria più complessa e un organismo civile più responsabile. La quistione, in Italia, trova i suoi limiti nel fatto che non esistono grandi concentrazioni giornalistiche, per il decentramento della vita culturale nazionale, che i giornali sono molto pochi e la massa dei lettori è scarsa. Il personale giornalistico è molto limitato e quindi si alimenta attraverso le sue stesse gradazioni d’importanza: i giornali meno importanti (e i settimanali) servono da scuola per i giornali più importanti e reciprocamente. Un redattore di secondo ordine del Corriere diventa direttore o redattore capo di un giornale di provincia e un redattore rivelatosi di primo ordine in un giornale di provincia o in un settimanale, viene assorbito da un grande giornale ecc. Non esistono in Italia centri come Parigi, Londra, Berlino, ecc., che contano migliaia di giornalisti, costituenti una vera categoria professionale diffusa, economicamente importante; inoltre le retribuzioni in Italia, come media, sono molto basse. In alcuni paesi, come quelli tedeschi, il numero dei giornali che si pubblicano in tutto il paese è imponente, e alla concentrazione di Berlino corrisponde una vasta stratificazione in provincia.
Quistione dei corrispondenti locali, che raramente (solo per le grandi città e in generale per quelle dove si pubblicano settimanali importanti) possono essere giornalisti di professione.
Per certi tipi di giornale il problema della scuola professionale deve essere risolto nell’ambito della stessa redazione, trasformando o integrando le riunioni periodiche redazionali in scuole organiche di giornalismo, ad assistere alle cui lezioni dovrebbero essere invitati anche elementi estranei dalla redazione in senso stretto: giovani e studenti, fino ad assumere il carattere di vere scuole politico-giornalisti-che, con lezioni di argomenti generali (di storia, di economia, di diritto costituzionale, ecc.) affidate anche a estranei competenti e che sappiano investirsi dei bisogni del giornale.
Si dovrebbe partire dal principio che ogni redattore o reporter dovrebbe essere messo in grado di compilare e dirigere tutte le parti del giornale, così come, subito, ogni redattore dovrebbe acquistare le qualità di reporter, cioè dare tutta la sua attività al giornale, ecc.
A proposito del numero dei giornalisti italiani, l’Italia Letteraria del 24 agosto 1930 riferisce i dati di un censimento eseguito dalla Segreteria del Sindacato Nazionale dei giornalisti: al 30 giugno erano inscritti 1960 giornalisti dei quali 800 affiliati al Partito Fascista, così ripartiti: Sindacato di Bari, 30 e 26, Bologna 108 e 40, Firenze 108 e 43, Genova 113 e 39, Milano 348 e 143, Napoli 106 e 45, Palermo 50 e 17, Roma 716 e 259, Torino 144 e 59, Trieste 90 e 62, Venezia 147 e 59.

Capocronista e capocronaca

Difficoltà di creare dei buoni capi cronisti, cioè dei giornalisti tecnicamente preparati a comprendere ed analizzare la vita organica di una grande città, impostando in questo quadro (senza pedanteria, ma anche non superficialmente e senza “brillanti” improvvisazioni) ogni singolo problema mano mano che diventa attualità. Ciò che si dice del capocronista può estendersi a tutta una serie d’attività pubbliche: un buon capocronista dovrebbe avere la preparazione tecnica sufficiente e necessaria per diventare podestà o anche prefetto, o presidente (effettivo) di un Consiglio provinciale d’economia tipo attuale; e, dal punto di vista giornalistico, dovrebbe corrispondere al corrispondente locale di una grande città (e via via, in ordine di competenza e di ampiezza decrescente dei problemi, delle medie, piccole città e dei villaggi).
In generale, le funzioni di un giornale dovrebbero essere equiparate a corrispondenti funzioni dirigenti della vita amministrativa e da questo punto di vista dovrebbero essere impostate le scuole di giornalismo, se si vuole che tale professione esca dallo stadio primitivo e dilettantesco in cui oggi si trova, diventi qualificata e abbia una compiuta indipendenza, cioè il giornale sia in grado di offrire al pubblico informazioni e giudizi non legati a interessi particolari. Se un capocronista informa il pubblico “giornalisticamente”, come si dice, ciò significa che il capocronista accetta senza critica e senza giudizio indipendente informazioni e giudizi, attraverso interviste e tuyaux, di persone che intendono servirsi del giornale per promuovere determinati interessi particolari.
Dovrebbero esistere due tipi di capocronaca: 1) il tipo organico e 2) il tipo di più spiccata attualità. Col tipo organico, per dare un punto di vista comprensivo, dovrebbe essere possibile compilare dei volumi sugli aspetti più generali e costanti della vita di una città, dopo aver depurato gli articoli di quegli elementi d’attualità che devono esistere sempre in ogni pubblicazione giornalistica; ma per intendersi, in questi articoli “organici” l’elemento di attualità deve essere subordinato e non principale. Questi articoli organici perciò non devono essere molto frequenti. Il capocronista studia l’organismo urbano nel suo complesso e nella sua generalità, per avere la sua qualifica professionale (solo limitatamente, un capocronista può cambiare di città: la sua superiore qualifica non può non essere legata a una determinata città): i risultati originali, o utili in generale, di questo studio organico, è giusto che non siano completamente disinteressati, che non siano solo premessa, ma si manifestino anche immediatamente, cogliendo uno spunto di attualità. La verità è che il lavoro di un capocronista è altrettanto vasto di quello di un redattore capo, o di un caposervizio in una organizzazione giornalistica con divisione del lavoro organica. In una scuola di giornalismo occorrerebbe avere una serie di monografie su grandi città e sulla loro vita complessa. Il solo problema dell’approvvigionamento di una grande città è tale da assorbire molto lavoro e molta attività.

Corrispondenti dall’estero

Non si può fare a meno di collaboratori stranieri, ma anche la collaborazione straniera deve essere organica e non antologica e sporadica o casuale. Perché sia organica è necessario che i collaboratori stranieri, oltre a conoscere le correnti culturali del loro paese siano capaci di “confrontarle” con quelle del paese in cui la rivista è pubblicata, cioè conoscano le correnti culturali anche di questo e ne comprendano il “linguaggio” nazionale. La rivista pertanto (ossia il direttore della rivista) deve formare anche i suoi collaboratori stranieri per raggiungere l’organicità.
Nel Risorgimento ciò avvenne molto di rado e perciò la cultura italiana continuò a rimanere alquanto provinciale. Del resto una organicità di collaborazione internazionale si ebbe forse solo in Francia, perché la cultura francese, già prima dell’epoca liberale, aveva esercitato un’egemonia europea; erano quindi relativamente (numerosi) gli intellettuali tedeschi, inglesi, ecc. che sapevano informare sulla cultura del loro paese impiegando un “linguaggio” francese. Infatti non bastava che l’Antologia del Vieusseux pubblicasse articoli di “liberali” francesi o tedeschi o inglesi perché tali articoli potessero informare utilmente i liberali italiani, perché tali informazioni cioè potessero suscitare o rafforzare correnti ideologiche italiane: il pensiero rimaneva generico, astratto, cosmopolita. Sarebbe stato necessario suscitare collaboratori specializzati nella conoscenza dell’Italia, delle sue correnti intellettuali, dei suoi problemi, cioè collaboratori capaci di informare nello stesso tempo la Francia sull’Italia.
quaderni_dal_carcereTale tipo di collaboratore non esiste “spontaneamente”, deve essere suscitato e coltivato. A questo modo razionale di intendere la collaborazione si oppone la superstizione di avere tra i propri collaboratori esteri i capiscuola, i grandi teorici, ecc. Non si nega l’utilità (specialmente commerciale) di avere grandi firme. Ma dal punto di vista pratico di promuovere la cultura, è più importante il tipo di collaboratore affiatato con la rivista, che sa tradurre un mondo culturale nel linguaggio di un altro mondo culturale, perché sa trovare le somiglianze anche dove esse pare non esistano e sa trovare le differenze anche dove pare ci siano solo somiglianze ecc.
Il tipo del “corrispondente dall’estero” di un quotidiano è qualcosa di diverso, tuttavia alcune osservazioni dell’altra nota sono valide anche per questa attività. Intanto non bisogna concepire il corrispondente dall’estero come un puro reporter o trasmettitore di notizie del giorno per telegramma o per telefono, cioè una integrazione delle agenzie telegrafiche. Il tipo moderno più compiuto di corrispondente dall’estero è il pubblicista di partito, il critico politico che osserva e commenta le correnti politiche più vitali di un paese straniero e tende a diventare uno “specialista” sulle quistioni di quel dato paese (i grandi giornali perciò hanno “uffici di corrispondenza” nei diversi paesi, e il capo ufficio è lo “scrittore politico”, il direttore dell’ufficio). Il corrispondente dovrebbe mettersi in grado di scrivere, entro un tempo determinato, un libro sul paese dove è mandato per risiedervi permanentemente, un’opera completa su tutti gli aspetti vitali della sua vita nazionale ed internazionale. (Altro è il corrispondente viaggiante che va in un paese per informare su grandi avvenimenti immediati che vi si svolgono).
Criteri per la preparazione e la formazione di un corrispondente: 1) Giudicare gli avvenimenti nel quadro storico del paese stesso e non solo con riferimento al suo paese d’origine. Ciò significa che la posizione di un paese deve essere misurata dai progressi o regressi verificatisi in quel paese stesso e non può essere meccanicamente paragonata alla posizione di altri paesi nello stesso momento. Il paragone tra Stato e Stato ha importanza, perché misura la posizione relativa di ognuno di essi: infatti un paese può progredire, ma se in altri il progresso è stato maggiore o minore, la posizione relativa muta, e muta la influenza internazionale del paese dato. Se giudichiamo l’Inghilterra da ciò che essa era prima della guerra, e non da ciò che essa è oggi in confronto della Germania, il giudizio muta, sebbene anche il giudizio di paragone abbia grande importanza. 2) I partiti in ogni paese hanno un carattere nazionale, oltre che internazionale: il liberalismo inglese non è uguale a quello francese o a quello tedesco, sebbene ci sia molto in comune ecc. 3) Le giovani generazioni sono in lotta con le vecchie nella misura normale in cui i giovani sono in lotta coi vecchi, oppure i vecchi hanno un monopolio culturale divenuto artificiale o dannoso? I partiti rispondono ai problemi nuovi o sono superati e c’è crisi? ecc.
Ma l’errore più grande e più comune è quello di non saper uscire dal proprio guscio culturale e misurare l’estero con un metro che non gli è proprio: (non) vedere la differenza sotto (le) apparenze uguali e non vedere l’identità sotto le diverse apparenze.

I titoli

Tendenza a titoli magniloquenti e pedanteschi, con opposta reazione di titoli così detti “giornalistici” cioè anodini e insignificanti. Difficoltà dell’arte dei titoli che dovrebbero riassumere alcune esigenze: di indicare sinteticamente l’argomento centrale trattato, di destare interesse e curiosità spingendo a leggere. Anche i titoli sono determinati dal pubblico al quale il giornale si rivolge e dall’atteggiamento del giornale verso il suo pubblico: atteggiamento demagogico-commerciale quando si vuole sfruttare le tendenze più basse; atteggiamento educativo-didattico, ma senza pedanteria, quando si vuole sfruttare il sentimento predominante nel pubblico, come base di partenza per un suo elevamento. Il titolo “Brevi cenni sull’universo”, come caricatura del titolo pedantesco e pretenzioso.

La cronaca giudiziaria

Si può osservare che la cronaca giudiziaria dei grandi giornali è redatta come un perpetuo “Mille e una notte” concepito secondo gli schemi del romanzo d’appendice. C’è la stessa varietà di schemi sentimentali e di motivi: la tragedia, il dramma frenetico, l’intrigo abile e intelligente, la farsa. Il Corriere della Sera non pubblica romanzi d’appendice: ma la sua pagina giudiziaria ne ha tutte le attrattive, con in più la nozione, sempre presente, che si tratta di fatti veri.

Rubriche scientifiche

Il tipo italiano del giornale quotidiano è determinato dall’insieme delle condizioni organizzative della vita culturale del paese: mancanza di una vasta letteratura di divulgazione, sia attraverso il libro che la rivista. Il lettore del giornale vuole perciò trovare nel suo foglio un riflesso di tutti gli aspetti della complessa vita sociale di una nazione moderna. E‘ da rilevare il fatto che il giornale italiano, relativamente meglio fatto e più serio che in altri paesi, abbia nel paese trascurato l’informazione scientifica, mentre esisteva un corpo notevole di giornalisti specializzati per la letteratura economica, letteraria ed artistica. Anche nelle riviste più importanti (come la Nuova Antologia e la Rivista d’Italia) la parte dedicata alle scienze era quasi nulla (oggi le condizioni sono mutate da questo punto di vista e il Corriere della Sera ha una serie di collaboratori, specializzati nelle quistioni scientifiche, molto notevole). Sono sempre esistite riviste scientifiche di specialisti, ma mancavano le riviste di divulgazione (è da vedere l’Arduo che usciva a Bologna diretto da S. Timpanaro; molto diffusa la “Scienza per tutti” della Casa Sonzogno, ma per un giudizio di essa basta ricordare che fu diretta per molti anni da… Massimo Rocca).
L’informazione scientifica dovrebbe essere integrante di qualsiasi giornale italiano, sia come notiziario scientifico-tecnologico, sia come esposizione critica delle ipotesi e opinioni scientifiche più importanti (la parte igienico-sanitaria dovrebbe costituire una rubrica a sé). Un giornale popolare, più degli altri, dovrebbe avere questa sezione scientifica, per controllare e dirigere la cultura dei suoi lettori, che spesso è “stregonesca” o fantastica e per “sprovincializzare” le nozioni correnti.
Difficoltà di avere specialisti che sappiano scrivere popolarmente: si potrebbe fare lo spoglio sistematico delle riviste generali e speciali di cultura professionale, degli atti delle Accademie, delle pubblicazioni straniere e compilare estratti e riassunti in appendici speciali, scegliendo accuratamente e con intelligenza delle esigenza culturali del popolo, gli argomenti e il materiale.

Almanacchi

Poiché il giornalismo è stato considerato, nelle note ad esso dedicate, come esposizione di un gruppo che vuole, attraverso diverse attività pubblicistiche, diffondere una concezione integrale del mondo, si può prescindere dalla pubblicazione di un almanacco? L’almanacco è, in fondo, una pubblicazione periodica annuale, in cui, anno per anno, si esamina l’attività storica complessa di un anno da un certo punto di vista. L’almanacco è il “minimo” di “pubblicità” periodica che si può dare alle proprie idee e ai propri giudizi sul mondo e la sua varietà mostra quanto nel gruppo si sia venuto specializzando ogni singolo momento di tale storia, così come la organicità mostra la misura di omogeneità che il gruppo è venuto acquistando. Certo, per la diffusione, occorre che l’almanacco tenga conto di determinati bisogni del gruppo di compratori cui si rivolge, gruppo che non può, spesso, spendere due volte, per uno stesso bisogno. Occorrerà pertanto scegliere il contenuto: 1) quelle parti che rendono inutile l’acquisto di altro almanacco; 2) quella parte per cui si vuole influire sui lettori per indirizzarli secondo un senso prestabilito. La prima parte sarà ridotta al minimo: a quanto basta per soddisfare il bisogno dato. La seconda parte insisterà su quegli argomenti che si ritengono di maggior peso educativo e formativo.

Napoleone III

Ciò che Napoleone III disse del giornalismo durante la sua prigionia in Germania al giornalista inglese Mels-Cohn (cfr Paul Guériot, La captivité de Napoléon III en Allemagne, pp.250, Parigi, Perrin). Napoleone avrebbe voluto fare del giornale ufficiale un foglio modello, da mandare gratuitamente a ogni elettore, con la collaborazione delle penne più illustri del tempo e con le informazioni più sicure e più controllate da ogni parte del mondo. La polemica, esclusa, sarebbe rimasta confinata nei giornali particolari ecc.
La concezione del giornale di Stato è logicamente legata alle strutture governative illiberali (cioè a quelle in cui la società civile si confonde con la società politica), siano esse dispotiche o democratiche (ossia in quelle in cui la minoranza oligarchica pretende essere tutta la società, o in quelle in cui il popolo indistinto pretende e crede di essere veramente lo Stato). Se la scuola è di Stato, perché non sarà di Stato anche il giornalismo, che è la scuola degli adulti?
Napoleone argomentava partendo dal concetto che se è vero l’assioma giuridico che l’ignoranza delle leggi non è scusa per l’imputabilità, lo Stato deve gratuitamente tenere informati i cittadini di tutta la sua attività, deve cioè educarli: argomento democratico che si trasforma in giustificazione dell’attività oligarchica. L’argomento però non è senza pregio: esso può essere “democratico” solo nelle società in cui la unità storica di società civile e società politica è intesa dialetticamente (nella dialettica reale e non solo concettuale) e lo Stato è concepito come superabile dalla “società regolata”: in questa società il partito dominante non si confonde organicamente col governo, ma è strumento per il passaggio dalla società civile-politica alla “società regolata”, in quanto assorbe in sé ambedue, per superarle (non per perpetuarne la contraddizione), ecc.
A proposito del regime giornalistico sotto Napoleone III, ricordare l’episodio del prefetto di polizia che ammonisce un giornale perché in un articolo sui concimi non era fissato risolutamente quale concime era il migliore: ciò, secondo il prefetto, contribuiva a lasciare nella incertezza il pubblico ed era perciò biasimevole e degno di richiamo da parte della polizia.

Movimenti e centri intellettuali

E’ dovere dell’attività giornalistica (nelle sue varie manifestazioni) seguire e controllare tutti i movimenti e i centri intellettuali che esistono e si formano nel paese. Tutti. Cioè con l’esclusione appena di quelli che hanno un carattere arbitrario e pazzesco; sebbene anche questi, col tono che si meritano, devono essere per lo meno registrati. Distinzione tra centri e movimenti intellettuali e altre distinzioni e graduazioni. Per esempio il cattolicismo è un grande centro e un grande movimento: ma nel suo interno esistono movimenti e centri parziali che tendono a trasformare l’intero, o ad altri fini più concreti e limitati e di cui occorre tener conto. Pare che prima di ogni altra cosa occorra “disegnare” la mappa intellettuale e morale del paese, cioè circoscrivere i grandi movimenti d’idee e i grandi centri (ma non sempre ai grandi movimenti corrispondo grandi centri, almeno coi caratteri di visibilità e di concretezza che di solito si attribuisce a questa parola e l’esempio tipico è il centro cattolico). Occorre poi tener conto delle spinte innovatrici che si verificano, che non sempre sono vitali, cioè hanno una conseguenza, ma non perciò devono essere meno seguite e controllate. Intanto all’inizio un movimento è sempre incerto, di avvenire dubbio, ecc.; bisognerà attendere che abbia acquistato tutta la sua forza e consistenza per occuparsene? Neanche è necessario che esso sia fornito delle doti di coerenza e di ricchezza intellettuale: non sempre sono i movimenti più coerenti ed intellettualmente ricchi quelli che trionfano. Spesso anzi un movimento trionfa proprio per la sua mediocrità ed elasticità logica: tutto ci può stare, i compromessi più vistosi sono possibili e questi appunto possono essere ragioni di trionfo. Leggere le riviste dei giovani oltre quelle che si sono già affermate e rappresentano interessi seri e ben certi. Nell’Almanacco letterario Bompiani del 1933 sono indicati i programmi essenziali di sei riviste di giovani che dovrebbero rappresentare le spinte di movimento della nostra cultura: Il Saggiatore, Ottobre, Il Ventuno, L’Italia vivente, L’Orto, Espero che non paiono molto perspicue, eccetto forse qualcuna. L’Espero per esempio, “per la filosofia” si propone “di ospitare i postidealisti, che eseguiscono un’attenta critica dell’idealismo, e quei soli idealisti che sanno tener conto di tale critica”. Il direttore di Espero è Aldo Capasso, ed essere postidealista è qualcosa come essere “contemporaneo”, cioè proprio nulla. Più chiaro, anzi forse il solo chiaro, è il programma di Ottobre. Tuttavia tutti questi movimenti sarebbero da esaminare, snobismo a parte.
Distinzione tra movimenti militanti, che sono i più interessanti, e movimenti di “retroguardia” o di idee acquisite e divenute classiche o commerciali. Tra questi dove mettere l’Italia Letteraria? Non certo militante e neppure classica! Sacco di patate mi pare proprio la definizione più esatta ed appropriata.

Dissensi interni di partito attraverso la collaborazione a giornali di altra tendenza

Quando il deputato di un movimento popolaresco parla in Parlamento (e un senatore al Senato) ci possono essere tre o più versioni del suo discorso: 1) la versione ufficiale degli Atti parlamentari, che di solito è riveduta e corretta e spesso edulcorata post festum; 2) la versione dei giornali ufficiali del movimento al quale il deputato appartiene ufficialmente: essa è combinata dal deputato d’accordo col corrispondente parlamentare, in modo da non urtare certe suscettibilità o della maggioranza ufficiale del partito o dei lettori locali e non creare ostacoli prematuri a determinate combinazioni in corso o desiderate; 3) la versione dei giornali di altri partiti o dei così detti organi della pubblica opinione (giornali a grande diffusione) che è fatta dal deputato d’accordo coi rispettivi corrispondenti parlamentari in modo da favorire determinate combinazioni in corso: tali giornali possono mutare da (un) periodo all’altro a seconda dei mutamenti avvenuti nelle rispettive direzioni politiche o nei governi. Lo stesso criterio può essere esteso al campo sindacale, a proposito dell’interpretazione da dare a determinati eventi o anche all’indirizzo generale della data organizzazione sindacale. Per esempio: la Stampa, il Resto del Carlino, il Tempo (di Naldi) hanno servito, in certi anni, da casse di risonanza e da strumenti di combinazioni politiche tanto ai cattolici come ai socialisti. Un discorso parlamentare (o uno sciopero, o una dichiarazione di un capo sindacale) socialista o popolare, era presentato sotto una certa luce da questi giornali per il loro pubblico, mentre era presentato sotto altra luce dagli organi cattolici o socialisti. I giornali popolari e socialisti tacevano addirittura al loro pubblico certe affermazioni di rispettivi deputati che tendevano a rendere possibile una combinazione parlamentare-governativa delle due tendenze, ecc. ecc. E’ indispensabile anche tener conto delle interviste date dai deputati ad altri giornali e degli articoli pubblicati in altri giornali. L’omogeneità dottrinale e politica di un partito può anche essere saggiata con questo criterio: quali indirizzi sono favoriti dai soci di questo partito nella loro collaborazione ai giornali di altra tendenza o così detti di opinione pubblica: talvolta i dissensi interni si manifestano solo così, i dissidenti scrivono, in altri giornali, articoli firmati o non firmati, danno interviste, suggeriscono motivi polemici, si fanno provocare per essere “costretti” a rispondere, non smentiscono certe opinioni loro attribuite ecc.

I lettori

I lettori devono essere considerati da due punti di vista principali: 1) come elementi ideologici, “trasformabili” filosoficamente, capaci, duttili, malleabili alla trasformazione; 2) come elementi “economici”, capaci di acquistare le pubblicazioni e di farle acquistare ad altri. I due elementi, nella realtà, non sono sempre distaccabili, in quanto l’elemento ideologico è uno stimolo all’atto economico dell’acquisto e della diffusione. Tuttavia, occorre nel costruire un piano editoriale, tenere distinti i due aspetti, perché i calcoli siano realisti e non secondo i propri desideri. D’altronde, nella sfera economica, le possibilità non corrispondono alla volontà e all’impulso ideologico e pertanto occorre predisporre perché sia data la possibilità dell’acquisto “indiretto”, cioè compensato con servizi (diffusione). Un’impresa editoriale pubblica tipi diversi di riviste e libri, graduati secondo livelli diversi di cultura. E’ difficile stabilire quanti “clienti” possibili esistano di ogni livello. Occorre partire dal livello più basso e su questo si può stabilire il piano commerciale “minimo”, cioè il preventivo più realistico, tenendo conto tuttavia che l’attività può modificare (e deve modificare) le condizioni di partenza non solo nel senso che la sfera della clientela può (deve) essere allargata, ma che può (deve) determinarsi una gerarchia di bisogni da soddisfare e quindi di attività da svolgere. E’ osservazione ovvia che le imprese finora esistite si sono burocratizzate, cioè non hanno stimolato i bisogni e organizzato il loro soddisfacimento, per cui è spesso avvenuto che l’iniziativa individuale caotica ha dato migliori frutti dell’iniziativa organizzata. La verità era che in questo secondo caso non esisteva “iniziativa” e non esisteva “organizzazione” ma solo burocrazia e andazzo fatalistico. Spesso la così detta organizzazione invece di essere un potenziamento di sforzi era un narcotico, un deprimente, addirittura un ostruzionismo o un sabotaggio. D’altronde non si può parlare di azienda giornalistica ed editoriale seria se manca questo elemento: l’organizzazione del cliente della vendita, che essendo un cliente particolare (almeno nella sua massa) ha bisogno di una organizzazione particolare, strettamente legata all’indirizzo ideologico della “merce” venduta. E’ osservazione comune che in un giornale moderno il vero direttore è il direttore amministrativo e non quello redazionale.

Alla ricerca dei dati per raccontare storie

di Luca Garosi 
(@lucagarosi)

«Il nostro obiettivo è quello di raccontare storie partendo dall’analisi dei dati». Lo scrivono Andrea Nelson Mauro e Alessio Cimarelli nella presentazione del loro network di data journalism: dataninja.it.

«Siamo entrati in contatto nella primavera del 2012, complice una comune amica e collega», raccontano. Alessio aveva terminato da pochi mesi il master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste e si stava avvicinando al data journalism grazie anche al suo background da fisico sperimentale. Andrea invece ha sempre lavorato nella carta stampata (cronaca locale) finché il suo giornale (L’Informazione di Bologna) ha chiuso, anche se aveva già cominciato a darsi da fare per attivare collaborazioni con altre testate e per realizzare nuovi progetti.

«Durante l’estate del 2012 – dicono – abbiamo deciso di metterci in gioco e abbiamo scelto un tema, l’immigrazione e in particolare le vittime delle migrazioni in Italia e in Europa».

Sono partiti dai dati raccolti da Gabriele del Grande sul suo blo/osservatorio Fortress Europe. Dopo un anno di lavoro e alcune importanti pubblicazioni in Italia, i due giornalisti si resero conto «che non poteva finire così e che il progetto aveva bisogno di un respiro internazionale. Da soli non avremmo più potuto arricchire la narrazione di un fenomeno così ampio e complesso come quello dell’immigrazione in Europa».

Propongono una collaborazione al tedesco Nicolas Kayser-Bril, co-fondatore e CEO dell’agenzia giornalistica Journalism++. «Risponde  – ricordano – con una di quelle frasi che ti aprono il cuore: “This is great. We’re working on a similar proposal with Swiss and Swedish journos. We should talk!“. Dopo aver coinvolto colleghi da Svizzera, Svezia, Francia, Germania e Spagna inviamo tutti insieme un progetto ambizioso: riunire e conciliare i maggiori database esistenti sulle vittime delle migrazioni in Europa. Inizialmente ne individuiamo due: il nostro Fortress Europe di Gabriele del Grande e quello curato dalla UNITED for Intercultural Action. In un secondo momento aggiungiamo i dati estratti da PULS, un progetto dell’Università di Helsinki». Partecipano al bando di Journalism Fund dedicato a inchieste giornalistiche di respiro europeo (con proponenti da almeno due paesi). Il progetto passa e viene finanziato con circa 7 mila euro. «Ben poco – sottolineano – per ripagare davvero un lavoro fatto da una decina di persone per sei mesi. Ma sufficiente per mettersi in moto».

Il lungo lavoro sui migranti li ha portati a vincere i Data Jour­na­lism Awards nella cate­go­ria “Best story on a sin­gle topic” (la manifestazione si è svolta a Bar­ce­lona dall’11 al 13 giugno 2014). «In que­sta cate­go­ria – sottolineano – la giu­ria ha pre­miato que­sta inchie­sta, preferendola a lavori dav­vero ecce­zio­nali rea­liz­zati da New York Times, Pro­Pu­blica e La Nacion, un risul­tato da “Davide e Golia”, che ci sti­mola a lavo­rare meglio e dimo­strare che anche qui dall’Italia pos­siamo dire la nostra nel con­te­sto del data jour­nlism globale».

La mappa rea­liz­zata per il pro­getto (al quale hanno dedi­cato anche un blog) mostra i luoghi dove 23 mila migranti sono morti nel ten­ta­tivo di rag­giun­gere l’Europa tra il 2000 e il 2013. Ma il lavoro non si conclude qui, dicono gli autori: «abbiamo comunque intenzione di portarlo avanti con il nostro team europeo».

Da quell’incontro del 2012, come già scritto, non è nata soltanto l’inchiesta sui migranti, ma un forte sodalizio che ha portato alla nascita di dataninja.it, «labo­ra­to­rio di sperimentazione nel giornalismo».

Vi ispirate a qualche modello internazionale?
«Le prime fonti di ispirazione sono stati inevitabilmente i lavori del Guardian, del New York Times e di ProPublica. Abbiamo colto subito l’importanza di una buona base tecnica per quanto riguarda le tecnologie web, essendo il web il nostro principale supporto di pubblicazione. Non è sempre fondamentale saper programmare, ma è indispensabile sapere cosa si può fare con il codice. Abbiamo preso in prestito la filosofia dell’open source e dell’approccio Wikipedia, di un modello basato su progetti e riflessioni all’interno e intorno a comunità di persone e interessi, caratterizzate dalla massima trasparenza e condivisione interna ed esterna. Non per niente siamo attivisti di Spaghetti Open Data e in generale del movimento Open Data italiano e lavoriamo in coprogettazione con realtà internazionali analoghe alla nostra e molto affermate come Journalism++».

Esistono in Italia network o associazioni di data journalism?
«Qui i termini si fanno un po’ confusi. Se per network si intendono gruppi di persone che lavorano insieme, senza necessariamente un riconoscimento ufficiale e/o legale, ce ne sono molti: oltre a noi ci sono i collaboratori “data” di Wired.it, la redazione di Datajournalism.it, i team vincitori della Stampa Academy, l’osservatorio DataJCrew, il duo di Datifatti.it, l’amico Carlo Romagnoli con Data Reporting News. Se invece si intende qualcosa di più strutturato, come associazioni vere e proprie, cooperative o altre forme giuridiche di questo tipo, probabilmente non c’è nulla esclusivamente dedicato al data journalism. La cooperativa F5, per esempio, ma anche la stessa formicablu, si occupano di giornalismo, a volte anche basato sui dati. Ci sono molti altri soggetti che hanno a che fare con l’open data o la gestione e analisi dei dati, ma non hanno un profilo esclusivamente giornalistico».

Il Data Journalism è un lavoro di squadra e c’è bisogno anche di figure professionali diverse dai giornalisti. Quali?
«Per un singolo professionista è quasi impossibile maneggiare allo stesso livello tutte le competenze coinvolte in una classica inchiesta di data journalism. Il profilo giornalistico è necessario per capire dove stanno le notizie, che taglio dare alla narrazione, su cosa concentrarsi e cosa invece tralasciare in un dataset complesso. Maneggiare e analizzare i dati invece richiede sicuramente buone competenze informatiche (non si fanno calcoli a mano), ma soprattutto buone capacità matematiche e statistiche e conoscenza delle possibili operazioni che si possono applicare ai dati. Nel racconto della storia, poi, la visualizzazione dei dati è un mezzo espressivo molto potente e per usarlo al meglio è necessario avere competenze di grafica e design, oltre che di UX (User Experience) se si tratta di grafiche interattive su web. E infine, avendo sempre a che fare con tecnologie digitali, non si può prescindere da uno sviluppatore che sappia maneggiare diversi linguaggi di programmazione e produrre materialmente le visualizzazioni, le applicazioni, le pagine web, ecc.».

Quali sono i vostri prossimi progetti?
«Siamo in questi giorni impegnati su un filone di lavori dedicati al mondiale di calcio insieme ad altri colleghi (http://stories.dataninja.it/sport/). Stiamo lavorando a un progetto per aprire definitivamente i dati sui beni confiscati alla criminalità organizzata e poterci così costruire narrazioni e inchieste, oltre che coinvolgere il mondo delle associazioni e delle istituzioni (http://www.confiscatibene.it). Siamo coinvolti in uno dei progetti finanziati nell’ultima tornata dei Journalism Grants banditi dall’EJC. Abbiamo poi la nostra attività di formazione sul data journalism assieme agli ODG regionali e a diverse istituzioni pubbliche. Stiamo anche seguendo con interesse l’evoluzione del sensor-based journalism, ancora poco noto in Italia, che si basa sull’uso di sensori e di elettronica a basso costo per raccogliere e analizzare dati, soprattutto in ambito ambientale. Un caso interessante in tal senso è “Acqualta”, progetto di monitoraggio civico del livello dell’acqua a Venezia (http://www.acqualta.org/)

Poveri innovatori

FOTO 2Esce in Italia “Jugaad Innovation”, pubblicato da Rubettino. Un libro rivoluzionario, che ha avuto un enorme successo all’estero. Jugaad è una parola che in hindi descrive un processo di innovazione che proviene dal basso ed è in grado di creare soluzioni efficienti a costi contenuti, una vera e propria “rivoluzione culturale” che sfida i modelli di produzione dell’Occidente.
Come si racconta nel libro, molti CEO di grandi aziende spingono i dipendenti a liberare la loro creatività e a inventare modi frugali e sostenibili per dare un significativo valore aggiunto agli stakeholders, usando meno risorse naturali e risparmiando capitale della compagnia. Grazie ai numerosi case studies riportati, “Jugaad Innovation” costituisce un vero e proprio “manuale di sopravvivenza” per le aziende occidentali e un viaggio nei meandri dei mercati emergenti. L’edizione italiana di Rubettino è a cura di Giovanni Lo Storto e Leonardo Previ. La prefazione è di Federico Rampini, una delle firme più prestigiose di “Repubblica”, grande conoscitore, oltre che degli Stati Uniti e della Cina, dello straordinario universo indiano. “In questo periodo – scrive Rampini – non è facile convincere un italiano che noi abbiamo qualcosa da imparare dall’India contemporanea. Questo saggio sull’innovazione Jugaad è il modo migliore per provarci, prendendo in contropiede pregiudizi e stereotipi”. Pubblichiamo un ampio estratto della prefazione.

di Federico Rampini

FOTO 1La prima volta che mi sono imbattuto in una innovazione Jugaad, questa aveva l’aspetto dimesso di un elettrodomestico low cost. Per la precisione una lavatrice da cinquanta euro, della marca Videocon. Un apparecchio plebiscitato dalle massaie indiane non solo per il basso costo, ma per un altro aspetto che lo rende prezioso: una speciale memoria elettronica programmata per neutralizzare i blackout elettrici, e consentire al programma di lavaggio di riprendere indisturbato là dove si era interrotto, non appena la corrente torna (magari molte ore dopo). È un esempio emblematico.

Si tratta di un’innovazione stimolata da due ostacoli, due difficoltà: il basso potere d’acquisto da una parte, l’inaffidabilità dell’energia elettrica dall’altra. Due anomalie indiane, a prima vista? In realtà quel tipo di innovazione Jugaad si rivela perfettamente adatta a rispondere ai bisogni e alle restrizioni di una vastissima platea di consumatori: il ceto medio delle nazioni emergenti. Un ceto medio molto meno abbiente del nostro. E tuttavia desideroso di affacciarsi ai primi comfort moderni che sono gli elettrodomestici, l’automobile o la moto, il turismo di massa, l’istruzione avanzata, e così via.

È nella piccola borghesia asiatica, latinoamericana, sudafricana, che ci sono le prospettive di crescita dei consumi più forti nei prossimi decenni. Nessun’azienda che voglia fare strategie di medio-lungo periodo, può ignorare quel formidabile serbatoio di potenzialità. Inoltre un effetto della Grande Contrazione iniziata nel 2008, è che anche nei Paesi avanzati dell’Occidente siamo in una fase di stagnazione del potere d’acquisto. Di conseguenza i temi del “consumo frugale” sono attuali anche per noi, non solo per il ceto medio cinese o indiano, brasiliano o sudafricano. Ecco perché negli Stati Uniti e in Inghilterra ha ricevuto tanta attenzione questo saggio, che spiega agli occidentali che cos’è l’innovazione Jugaad e quanto può essere utile anche per noi.

Jugaad è un vocabolo hindi (o anche urdu, l’idioma-gemello dell’hindi usato in Pakistan), indica un’idea che serve a risolvere rapidamente un problema. Spesso è una scorciatoia, un espediente improvvisato per aggirare un ostacolo. Evoca quella che per noi italiani è l’arte di arrangiarsi: la necessità di usare l’ingegno per sopperire alla mancanza di risorse, all’inefficienza, ai mille ostacoli di una realtà arretrata. C’è anche un oggetto specifico che in India viene chiamato Jugaad: è una sorta di camion, diffuso nelle zone rurali più povere, che viene assemblato dai falegnami montando un motore diesel su un vecchio carro-buoi. I tre autori di questo libro sono di origine indiana, conoscono bene quel Paese, ma hanno avuto brillanti carriere in Occidente. Navi Radjou fa il consulente strategico nella Silicon Valley californiana. Jaideep Prabhu è docente alla Business School di Cambridge in Inghilterra. Simone Ahuja è un’imprenditrice, fondatrice della sua società di consulenza, con sedi a Minneapolis negli Stati Uniti e a Mumbai in India. È stata anche la produttrice di un fortunato documentario televisivo sui temi dell’innovazione. Una tesi centrale del loro saggio è quella che l’innovazione di tipo Jugaad, creativa e al tempo stesso frugale, non è utile solo nelle nazioni emergenti. Dobbiamo fare prova di umiltà, e impararne gli ingredienti anche noi: vuoi perché il futuro delle nostre imprese e delle nostre economie dipende dalla nostra capacità di interpretare i bisogni delle nazioni emergenti; vuoi perché noi stessi siamo entrati in un’Età Frugale e i consumatori dei Paesi occidentali hanno bisogno di risposte nuove ai loro bisogni.

FOTO 3I tre autori cominciarono a studiare il modello indiano e quello di altre nazioni emergenti tanti anni fa, in cerca di quella strategia alternativa all’innovazione. Un conto è fare ricerca e sviluppo in un laboratorio modernissimo, ricco di fondi, nella Silicon Valley. Altro è tentare di innovare in mezzo al caos, all’imprevedibilità di una società emergente come quella indiana, o brasiliana. E tuttavia alcune delle innovazioni nate in quei contesti hanno avuto una diffusione vastissima e rapida: perché le nuove tecnologie digitali hanno abbattuto barriere e distanze, consentendo all’idea vincente di viaggiare con la velocità della luce. La soluzione che si adatta ai bisogni della massaia indiana è la stessa che può conquistare istantaneamente centinaia di milioni di consumatrici africane. L’innovazione Jugaad nasce da un rovesciamento di approccio: la scarsità di risorse, gli ostacoli economici, la mancanza di infrastrutture, la burocrazia inefficiente, si trasformano in opportunità perché diventano altrettanti stimoli. Le soluzioni Jugaad sono prodotti o servizi semplici, essenziali. I consumatori meno abbienti non sono più visti come un mercato minore, o addirittura come popolazioni da aiutare con sussidi e carità, al contrario diventano un motore di sviluppo.

Ratan Tata, patriarca dell’omonima dinastia che è uno dei maggiori imperi economici indiani, diede a modo suo un’interpretazione della Jugaad. Nella ricerca del profitto il gruppo Tata spesso guarda alla parte bassa della piramide sociale, vuole inventare prodotti e servizi adatti a Paesi dove il grosso dei consumatori si situa a livelli di reddito modesti. Ma talvolta, così facendo, azzecca l’innovazione che può far presa anche su mercati più avanzati. La Nano, la prima auto da duemila euro, nacque nei centri di design di Tata. «Voi europei – disse Ratan Tata – credete che per noi sia tutto più facile, perché guardate al vantaggio competitivo del nostro costo del lavoro. Provate a guardare la realtà da un altro punto di vista. È proprio perché il potere d’acquisto del ceto medio indiano è ancora molto basso rispetto al vostro, che noi viviamo sotto una formidabile pressione competitiva, siamo costretti a raggiungere livelli di efficienza superiori per sfornare prodotti a costi accessibili per i nostri consumatori». Il motofurgone più diffuso in India è l’Ace Tata che fu lanciato con un prezzo di listino inferiore a 4.000 euro. Nello stesso spirito il gruppo Tata lanciò la catena dei motel Ginger con una tariffa iniziale sotto i 20 euro a notte,
e la garanzia di igiene, bagni singoli, wi-fi e aria condizionata in tutte le stanze. (…)

Il 2014 si è aperto all’insegna di una nuova percezione occidentale dell’India. La crisi del 2008, iniziata in America e poi dilagata in Europa, aveva già aperto un ripensamento critico su alcune storture e perversioni della “prima globalizzazione”. La tentazione in Occidente è spesso quella di indicare un colpevole in “Cindia”. La crescita di nuove classi medie asiatiche e l’esplosione dei loro consumi viene descritta come il colpo di grazia per il pianeta. Per un indiano è duro sentirsi dire che mangia troppo, quando la dieta proteica anche nel ceto medio alto di Mumbai o Bangalore resta la metà dell’americano medio. Lo stesso vale per la nuova abitudine di additare la Cina come il mostro che distrugge gli equilibri ambientali. Non c’è dubbio che l’impatto cinese è devastante sulle risorse naturali, se non cambia modello di sviluppo. Ma in Cina attualmente ci sono dieci automobili ogni mille abitanti; negli Stati Uniti ci sono 480 auto ogni mille abitanti. Temere la crescita delle nazioni asiatiche come una calamità, è disonesto. Con questi atteggiamenti giustifichiamo nei Paesi emergenti l’idea che l’Occidente è una roccaforte di ricchi egoisti, i quali hanno razziato le risorse naturali selvaggiamente, per poi predicare l’ambientalismo, la frugalità e l’austerità ai più poveri. La contesa tra “noi” e “loro” per le risorse naturali sempre più scarse – non solo l’energia ma anche l’acqua, e le terre coltivabili – è reale. Sarà uno dei temi dominanti nei prossimi decenni. Questa corsa può prendere una piega estremamente pericolosa.

L’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger, uno degli osservatori più acuti della politica internazionale, ha scritto: «Il centro di gravità degli affari internazionali si sposta dall’Atlantico al Pacifico e all’Oceano Indiano. Due saranno le tendenze che definiranno la diplomazia nel XXI secolo: il rapporto tra le potenze asiatiche, Cina, India, Giappone e Indonesia, e il rapporto tra Cina e Usa. In passato, simili smottamenti nella struttura del potere generalmente portavano a una guerra».

Per capire cos’è il Nuovo Mondo in cui vivremo noi e i nostri figli, è essenziale osservare ciò che sta accadendo nei luoghi dove il ritmo del cambiamento è più veloce. Queste aree dove avvengono trasformazioni storiche, disegnano i contorni del XXI secolo e ci influenzeranno durevolmente. Sono questi i laboratori del futuro, eppure gli italiani li conoscono ancora poco. Scoprirli ci aiuta a ridurre l’angoscia e le paure irrazionali. Il 2014 è stato segnato dalle forti turbolenze economiche, valutarie e finanziarie che hanno colpito l’India, insieme con tutti i Brics (la sigla che racchiude la cinque maggiori economie emergenti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica). Fughe di capitali, crolli di Borse, svalutazioni, hanno colpito la rupia indiana e la Borsa di Mumbai, così come Bangkok, Buenos Aires e Istanbul. È finito il lungo “miracolo” di Brics e dintorni? L’India ha pagato il prezzo di una classe politica e amministrativa corrotta, di riforme sempre rinviate, di un apparato burocratico costoso, di una rete infrastrutturale inadeguata. E così via. Per molti occidentali, a un pregiudizio se n’è sostituito un altro.

L’innamoramento per l’India si è ribaltato nel suo opposto. Per gli italiani,mettendo in fila una dopo l’altra notizie come la crisi sui marò, gli stupri, e il tracollo della rupia, l’India è tornata rapidamente a occupare il posto che le spettava fino agli anni Novanta: un gigante malato. In realtà la crisi dei Brics nel 2014 ha cause più generali, alcune delle quali vanno cercate in America. Per descrivere le cause delle fughe di capitali che hanno colpito oltre all’India anche l’Indonesia e la Thailandia, l’Ucraina e il Brasile, l’Argentina e il Sudafrica, il governatore della banca centrale del Brasile, Alexandre Tombini, ha parlato di un “effetto aspirapolvere”. L’aspirapolvere, secondo il banchiere centrale di Brasilia, sono i rialzi dei rendimenti in Occidente. Innescati dalla decisione della Federal Reserve americana di ridimensionare gradualmente il “quantitative easing” (creazione di liquidità attraverso acquisti di bond). Con i rendimenti che diventano più interessanti sia in America sia in Europa per effetto della ripresa (o delle aspettative di ripresa, per l’Europa), tanti capitali speculativi abbandonano le piazze esotiche dove erano affluiti negli ultimi anni. L’alta marea del credito facile si ritira, lo spettacolo che rivela nelle zone rimaste a secco fa paura. Quello che era l’arco della crescita globale, è diventato l’arco di una nuova crisi. Tutto ciò che porta l’etichetta “emergente” diventa sinonimo di fragilità improvvisa. I dollari stampati a Washington avevano allagato il pianeta, gonfiato bolle speculative da Shanghai a Johannesburg, da Istanbul a San Paolo.

Bei tempi, quando il ministro brasiliano dell’economia Guido Mantega si lamentava per la “guerra delle valute”, cioè la svalutazione competitiva del dollaro, effetto collaterale della massiccia liquidità. Erano tempi in cui i Brics ricevevano troppi capitali, pertanto i loro mercati immobiliari, le loro Borse e le loro monete si rafforzavano troppo. Oggi è in atto il movimento inverso. Con la bassa marea i capitali rifluiscono, abbandonano le piazze calde. Le nazioni più vulnerabili sono quelle che negli anni d’oro investirono troppo e male, con progetti faraonici, spesso occasioni per vaste corruzioni.

Sull’innovazione Jugaad si sono levate delle voci critiche anche ai vertici del capitalismo indiano. Lo spirito autocritico non manca, in quel Paese. E così, quando il corrispondente del «Financial Times» a Mumbai, James Crabtree, intervistò il grande imprenditore Anand Mahindra (a capo di un impero equivalente a quello dei Tata come dimensioni), quest’ultimo ebbe dei giudizi molto duri sulla Jugaad. Se applicata ai giganteschi problemi dell’India, disse Mahindra, la Jugaad rischia di essere una legittimazione di soluzioni di serie B, improvvisazioni che non curano il male. Va anche ricordato che il camion Jugaad – quello assemblato dai falegnami montando un motore diesel su un carro agricolo – è stato messo sotto accusa in India per la scarsa sicurezza, l’inaffidabilità, gli incidenti mortali. C’è una Jugaad buona e una Jugaad cattiva. L’arte di arrangiarsi può stimolare la creatività, oppure il pressapochismo. È un tema che noi italiani possiamo capire.

Gli americani non cadono nello schematismo e nella semplificazione eccessiva, che porta tanti italiani a passare da un estremo di innamoramento verso l’India, all’estremo opposto della sua esecrazione. Forse qui negli Stati Uniti dove io vivo, aiuta il fatto che gli indiani sono una élite di straordinario successo. Proprio come i tre autori di questo saggio sulla Jugaad. Sono meno dell’1% della popolazione americana, eppure gli indiani scalano i vertici del capitalismo americano, dilagano al comando delle maggiori aziende. La Microsoft ha nominato uno di loro, Satya Nadella, come nuovo chief executive all’inizio del 2014. L’incarico che fu di Bill Gates e Steve Ballmer, ora è occupato da un ex allievo del liceo statale di Hyderabad nello Stato dell’Andhra Pradesh. A 46 anni, Satya Nadella è già un veterano della Microsoft, cominciò a lavorarci nel 1992,mentre frequentava il Master della Business School di Chicago con un pendolarismo da supermaratoneta (andava a Chicago quasi ogni weekend, 4 ore di volo dal quartier generale Microsoft vicino a Seattle). Nadella ora è il capo di un colosso di centomila dipendenti, una delle più grandi società americane per capitalizzazione di Borsa.

La notizia della sua nomina ha scatenato l’entusiasmo nella sua città natale, Hyderabad. Nadella si unisce a una folta schiera di suoi connazionali che occupano posti di potere nel capitalismo Usa. Solo nella Silicon Valley, le start-up tecnologiche fondate da imprenditori indiani sfiorano il 15% del totale. Contando i chief executive, tra i più celebri ci sono Indra Nooyi alla guida della Pepsi Cola; Shantanu Narayen di Adobe Systems; Francisco D’Souza di Cognizant Technology Solutions; SanjayMehrota di San Disk; Ravichandra Saligram di Office Max; Dinesh Paliwal di Harman International Industries. A Wall Street la Citigroup era guidata dall’indiano Vikram Pandit.
Se c’è una lezione più generale da apprendere, che ci riconduce al tema della Jugaad: bisogna rifuggire dalla pigrizia intellettuale, che ci rende incapaci di generare il cambiamento.

New York, 20 febbraio 2014